Iran, cresce il rischio di una nuova guerra con gli Stati Uniti: Teheran minaccia una rappresaglia senza confini

Washington rafforza la presenza militare in Medio Oriente e valuta una nuova operazione dopo le elezioni di midterm. Il regime iraniano avverte che gli obiettivi non saranno più limitati a una singola area geografica: nel mirino potrebbero finire infrastrutture energetiche, basi militari, cavi sottomarini e data center. Gli esperti temono un’escalation con conseguenze ben oltre il Golfo Persico.

Il conto alla rovescia verso una nuova fase di combattimenti tra Stati Uniti e Iran sembra essere iniziato. E questa volta il conflitto potrebbe estendersi ben oltre il Medio Oriente, coinvolgendo nuovi territori e obiettivi finora rimasti ai margini dello scontro.

Il presidente Donald Trump ha dichiarato di stare valutando una «nuova piccola Epic Fury» dopo le elezioni di midterm statunitensi di martedì. Intanto Washington ha già inviato nella regione una terza portaerei e un’unità di spedizione dei Marines. Secondo il Wall Street Journal, gli Stati Uniti hanno inoltre avvertito gli alleati mediorientali di prepararsi a una possibile ripresa delle ostilità: un’operazione breve, ma particolarmente intensa.

Anche Teheran ha alzato il livello delle minacce, prospettando una rappresaglia senza precedenti nel tentativo di scoraggiare un nuovo attacco americano. Sabato l’ayatollah Mojtaba Khamenei ha avvertito che la risposta iraniana sarebbe stata «senza alcun limite geografico». Ha aggiunto che il database degli obiettivi deve essere aggiornato, in modo da consentire alle forze armate di colpire «ogni tipo di asset, finanziario e non finanziario».

Cavi sottomarini, data center e infrastrutture: la guerra può allargarsi

Le minacce iraniane non riguardano soltanto le basi militari e gli impianti energetici. Nelle ultime settimane Teheran ha evocato anche la possibilità di colpire i cavi sottomarini che trasportano le comunicazioni internet e i data center, infrastrutture essenziali per il funzionamento dell’economia digitale.

A questo si aggiunge il tentativo, sventato, di attacco contro una base aerea britannica utilizzata dalle forze statunitensi, attribuito all’Iran. E sebbene il furto di criptovalute da 6,3 miliardi di dollari ai danni di Binance sia stato attribuito alla Corea del Nord, l’episodio mostra quanto anche gli asset finanziari digitali possano essere esposti ad attacchi informatici. Teheran dispone infatti di capacità significative nel campo delle operazioni cyber offensive.

Il Pentagono, nel frattempo, sta indagando per verificare se alcuni hacker abbiano manomesso i congelatori presenti nelle basi militari americane. Un altro fronte potenziale, quello degli attacchi alle infrastrutture fisiche attraverso sistemi informatici.

La dimensione globale delle attività iraniane è stata evidenziata anche dal think tank RAND, secondo cui le operazioni ostili di Teheran «si estendono in tutto il mondo». Hezbollah, organizzazione alleata dell’Iran, è attiva in America Latina, mentre sarebbero stati individuati piani per colpire civili in Europa.

«Libero da vincoli e animato dalla volontà di vendetta, è improbabile che l’Iran limiti le proprie azioni a una sola area del pianeta», hanno scritto gli analisti. Nella loro valutazione, l’opzione meno rischiosa per gli Stati Uniti sarebbe proseguire il blocco navale senza avviare nuovi attacchi.

La diplomazia non sblocca lo stallo

I contatti tra Washington e Teheran proseguono attraverso intermediari, ma nessuna delle due parti sembra intenzionata a modificare le proprie richieste iniziali. Una condizione che riduce le possibilità di una svolta diplomatica nei prossimi giorni.

Secondo gli esperti, proprio l’inasprimento della retorica iraniana segnala un cambiamento nella strategia del regime nei confronti degli Stati Uniti. E rende più concreto il rischio di una ripresa delle ostilità.

Per Hamidreza Azizi, analista senior sull’Iran dell’International Crisis Group, il passaggio più significativo è stato il messaggio di Khamenei. «Questo linguaggio suggerisce un’ulteriore evoluzione della strategia militare iraniana», ha scritto sabato su X.

Dall’inizio della guerra, spiega Azizi, Teheran si è progressivamente allontanata dalla tradizionale enfasi sulla risposta proporzionata e sulla rappresaglia, adottando un approccio più offensivo, orientato a imporre costi agli avversari. Le ultime dichiarazioni sembrano spingere questa logica ancora oltre.

L’analista ha richiamato anche le parole di un altro alto funzionario iraniano, secondo cui Teheran potrebbe lanciare un attacco preventivo qualora venissero confermati i preparativi per un’azione ostile. Khamenei ha inoltre ribadito che sarà l’Iran a decidere quando e in che modo un eventuale nuovo conflitto dovrà concludersi.

La diffidenza verso la diplomazia ha radici precise: gli attacchi precedenti sono arrivati anche mentre erano in corso colloqui con gli Stati Uniti, sia all’inizio di quest’anno sia la scorsa estate.

«L’Iran sembra sempre più determinato a impedire che si ripetano scenari già visti, nei quali i negoziati o le tregue temporanee sono stati seguiti da una nuova escalation militare», ha osservato Azizi. L’obiettivo di Teheran sarebbe rendere un altro attacco talmente costoso e imprevedibile da costringere Washington a riconsiderare questa opzione.

Missili, droni e difese americane sotto pressione

Il rischio riguarda anche la capacità militare dell’Iran di sostenere una nuova fase di combattimenti. Teheran dispone ancora di migliaia di missili e droni, potenzialmente in grado di infliggere danni molto pesanti ai Paesi del Golfo Persico.

Sul fronte opposto, le scorte statunitensi di missili intercettori sarebbero già scese a livelli critici. Inoltre, i più recenti vettori iraniani hanno dimostrato di poter eludere i sistemi di difesa aerea.

Non sono soltanto le infrastrutture energetiche a preoccupare. Anche le basi militari americane disseminate nella regione hanno subito danni significativi a causa degli attacchi con droni e missili iraniani.

Per Amir Handjani, membro del consiglio di amministrazione del Quincy Institute for Responsible Statecraft, il Medio Oriente non sarebbe in grado di assorbire un’altra ondata di combattimenti, soprattutto dopo i danni già provocati alla rete energetica regionale nella prima fase della guerra.

«I produttori del Golfo hanno impiegato cinque decenni per convincere il mondo che le loro forniture fossero in grado di resistere alle guerre regionali. Otto mesi di combattimenti su due fronti hanno compromesso seriamente questa credibilità», ha scritto Handjani. Una conclusione negoziata, sostiene, permetterebbe alla regione di ricostruirla.

Il rischio di una nuova escalation, al contrario, potrebbe lasciare conseguenze durature. «Un’altra fase di combattimenti, che si aggiungerebbe alla guerra tra Arabia Saudita e Houthi, provocherebbe danni alle infrastrutture e alla fiducia degli importatori, con conseguenze che i mercati potrebbero continuare a scontare per un’intera generazione».

La posta in gioco, dunque, non riguarda soltanto l’esito dello scontro tra Washington e Teheran. Un nuovo conflitto potrebbe mettere sotto pressione le infrastrutture energetiche, militari e digitali di un’intera regione, con ripercussioni sui mercati e sulla sicurezza ben oltre i suoi confini.