L’intelligenza artificiale può diventare uno strumento per creare software alternativi a quelli proprietari. Ma può anche aprire nuovi fronti nel conflitto sul diritto d’autore. È quanto emerge da due episodi che coinvolgono Claude, il chatbot di Anthropic, utilizzato per ricostruire programmi commerciali e videogiochi senza accedere al loro codice originale.
Il primo caso riguarda ArtCraft, un progetto sviluppato da un programmatore che ha sfruttato Claude per realizzare versioni gratuite dei principali software Adobe, tra cui Photoshop e Lightroom. L’obiettivo era offrire agli utenti un’alternativa aperta ai programmi della società americana.
Il sistema non ha copiato direttamente il codice sorgente dei prodotti Adobe. Lo sviluppatore ha utilizzato un approccio noto come clean room: ha descritto all’intelligenza artificiale le schermate, gli strumenti e le funzioni visibili dall’esterno, chiedendole di ricostruire il software da zero.
Il risultato presenta ancora diversi limiti applicativi, ma mostra come un modello generativo possa essere impiegato per replicare le funzionalità di prodotti commerciali senza avere accesso ai loro file originali.
Anthropic blocca le copie dei videogiochi
Poche ore dopo la diffusione della notizia su ArtCraft, Anthropic ha introdotto nuovi blocchi nella funzione di generazione del codice di Claude, con l’obiettivo di impedire la ricostruzione di videogiochi famosi.
La decisione arriva dopo che sui forum di Reddit si era diffusa una pratica particolare: utilizzare l’AI per ricreare titoli storici e pubblicarne online versioni giocabili, senza aver mai avuto accesso al programma originale.
Tra gli esempi più recenti figurano Tiger Woods PGA Tour 2004, Final Fantasy Tactics Advance e Metroid Prime, ricompilati per poter essere giocati direttamente online, senza bisogno di console o computer dedicati.
Una tendenza che ha spinto Anthropic a intervenire, limitando la possibilità di utilizzare Claude per replicare opere videoludiche protette da copyright.
Il precedente da 1,5 miliardi di dollari
La vicenda è particolarmente delicata per Anthropic, che ha già affrontato una controversia legale sul rapporto tra intelligenza artificiale e proprietà intellettuale.
L’anno scorso l’azienda ha accettato di pagare 1,5 miliardi di dollari per chiudere una class action nella quale circa 500.000 autori la accusavano di aver utilizzato materiale protetto da copyright per addestrare i propri modelli.
I due episodi sollevano una questione diversa ma collegata: fino a che punto l’intelligenza artificiale può ricostruire un prodotto commerciale partendo dalla sua interfaccia e dalle funzionalità accessibili agli utenti?
Il metodo clean room evita la copia diretta del codice originale, ma non elimina automaticamente ogni possibile problema legato alla proprietà intellettuale. E mentre gli strumenti di AI rendono sempre più semplice ricreare software e videogiochi, le aziende che li sviluppano sono chiamate a stabilire nuovi confini tra innovazione, concorrenza e tutela del diritto d’autore.
