Guerra in Iran, gli americani pagano 471 dollari in più per il carburante: Trump rischia l’effetto boomerang

Dall’inizio del conflitto, a febbraio, gli Stati Uniti hanno sostenuto 160 miliardi di dollari di costi aggiuntivi per i carburanti, contro i 54 miliardi della Cina. Secondo il CREA, la dipendenza dal petrolio e la scarsa diffusione delle auto elettriche rendono gli automobilisti americani più vulnerabili. E le politiche di Donald Trump rischiano di aggravare il problema.

La guerra in Iran presenta un conto sempre più salato agli automobilisti americani. Dall’inizio del conflitto, a febbraio, i consumatori statunitensi hanno pagato in media 471 dollari in più per il carburante, quasi otto volte l’incremento medio globale pro capite, pari a circa 60 dollari. È quanto emerge da un rapporto del Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA), istituto indipendente con sede in Finlandia.

Nel complesso, gli Stati Uniti hanno sostenuto 160 miliardi di dollari di costi aggiuntivi per i carburanti, contro i 54 miliardi della Cina e i 17 miliardi del Canada.

La stima è ancora più pesante secondo Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics: considerando anche l’aumento delle tariffe aeree e dell’inflazione, la guerra sarebbe costata alle famiglie americane circa 2.000 dollari.

Un conto che rischia di trasformarsi in un problema politico per Donald Trump. Il presidente ha più volte minimizzato le preoccupazioni sul costo della vita, sostenendo che i sacrifici economici siano un prezzo accettabile per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari. A settembre, durante un comizio in North Carolina, ha anche rivendicato i benefici dell’aumento della produzione energetica americana.

«È un prezzo molto basso da pagare per quello che abbiamo fatto», ha dichiarato Trump riferendosi al rincaro del carburante, arrivato a 4,26 dollari al gallone rispetto ai 2,98 precedenti alla guerra.

Perché gli Stati Uniti pagano più degli altri Paesi

La guerra ha fatto salire i prezzi dell’energia in tutto il mondo, ma negli Stati Uniti l’impatto è particolarmente forte. La ragione, secondo il CREA, non è soltanto l’andamento del mercato petrolifero: pesa anche un modello economico e infrastrutturale costruito attorno all’automobile e ai carburanti fossili.

«Se si confrontano gli Stati Uniti con Paesi europei che hanno livelli di reddito simili, si vede chiaramente l’effetto di decenni di prezzi del carburante più bassi e della minore attenzione riservata ai trasporti sostenibili», ha spiegato a Fortune Lauri Myllyvirta, cofondatore del CREA e autore del rapporto.

Gli automobilisti americani percorrono distanze maggiori e utilizzano veicoli a benzina mediamente meno efficienti rispetto a quelli diffusi in altri Paesi. Il risultato è un consumo di carburante più elevato e, di conseguenza, una maggiore esposizione agli shock dei prezzi.

Anche il ruolo degli Stati Uniti come grande produttore di petrolio non li mette al riparo dalle oscillazioni internazionali. Il Paese continua infatti a importare e scambiare petrolio, compreso quello pesante, rimanendo legato agli equilibri del mercato globale.

Auto elettriche, il divario tra America ed Europa

Un altro elemento decisivo è la diffusione dei veicoli elettrici. Secondo il rapporto del CREA, esiste una correlazione tra la quota di mercato delle auto elettriche e il risparmio pro capite sui costi dei carburanti. Tra i Paesi con una maggiore presenza di questi veicoli figurano Norvegia, Svezia, Finlandia, Paesi Bassi e Belgio.

I dati sulle vendite del 2026 mostrano un divario significativo:

  • Danimarca: le auto elettriche hanno rappresentato l’81% delle nuove immatricolazioni nei primi otto mesi dell’anno.

  • Norvegia: nello stesso periodo, quasi tutte le nuove auto vendute erano elettriche.

  • Cina: la quota dei veicoli completamente elettrici ha raggiunto il 57%.

  • Stati Uniti: soltanto il 7,3% delle nuove auto vendute era costituito da veicoli elettrici ricaricabili.

Per gli automobilisti americani che hanno già scelto l’elettrico, l’aumento dei costi energetici è stato molto più contenuto: dall’inizio di marzo, il rincaro dell’elettricità ha comportato appena 17 dollari di spese aggiuntive per la ricarica, secondo il rapporto.

La differenza è sostanziale: chi dipende dalla benzina è direttamente esposto alle oscillazioni del petrolio, mentre chi guida un’auto elettrica può ridurre questa dipendenza, pur restando soggetto alle variazioni del prezzo dell’elettricità.

La stretta di Trump sugli incentivi alle auto elettriche

Il problema è che le politiche dell’amministrazione Trump potrebbero rendere più difficile ridurre questa vulnerabilità.

Nel settembre 2025, il presidente ha eliminato il credito d’imposta da 7.500 dollari per l’acquisto di nuove auto elettriche, sostenendo che l’incentivo danneggiasse l’industria automobilistica. Secondo gli analisti, la fine del beneficio fiscale ha contribuito al rallentamento della domanda negli Stati Uniti e alle decisioni di alcune case automobilistiche, tra cui Ford, di ridimensionare i programmi dedicati ai veicoli completamente elettrici a favore degli ibridi.

Trump ha inoltre annunciato nuovi standard sui consumi delle automobili, allentando i requisiti di efficienza introdotti durante l’amministrazione Biden. La Casa Bianca sostiene che la misura renderà le auto più accessibili. Gli ambientalisti avvertono invece che veicoli meno efficienti potrebbero tradursi in maggiori spese per il carburante, riducendo o annullando il risparmio iniziale sul prezzo d’acquisto.

Il paradosso è evidente: mentre la guerra rende più costoso il petrolio, le politiche volte a ridurre gli incentivi all’elettrico e i requisiti di efficienza rischiano di mantenere gli automobilisti americani maggiormente esposti alle oscillazioni del mercato.

Il rischio di una nuova crisi energetica

Anche un’eventuale fine del conflitto non garantirebbe una soluzione duratura. I prezzi potrebbero stabilizzarsi con il ritorno alla normalità delle forniture, ma la dipendenza dal petrolio lascerebbe gli Stati Uniti vulnerabili a nuove tensioni geopolitiche.

«I prezzi scenderanno, poi arriveranno nuovi shock», ha avvertito Myllyvirta. «E finché continuerà la dipendenza dal petrolio, questo ciclo si ripeterà, con conseguenze sui consumatori, sull’inflazione e sulle politiche economiche».

La questione, quindi, va oltre il costo attuale della benzina. Per le famiglie americane, la guerra in Iran mette in evidenza quanto il modello dei trasporti e le scelte energetiche nazionali possano incidere direttamente sul bilancio domestico. E quanto possa essere difficile contenere il costo della vita se la dipendenza dai carburanti fossili resta elevata.