DIRITTI UMANI & GEOPOLITICA
A poche ore dal premio, il Tesoro americano annuncia sanzioni contro la Corte penale internazionale. Rubio: “La smantelleremo pezzo dopo pezzo”. Netanyahu ringrazia Trump. I Paesi Bassi: “La difenderemo mattone dopo mattone”. La CPI: “Nessuno è al di sopra della legge”.
La giornata del Nobel per la Pace a Navi Pillay si trasforma in uno scontro globale sul futuro della giustizia internazionale. Poche ore dopo l’annuncio del Comitato norvegese, l’amministrazione Trump ha imposto sanzioni ampie e immediate alla Corte penale internazionale, mentre Netanyahu attaccava la premiata come “fanatica” e la CPI rispondeva con una dichiarazione destinata ai libri di storia: “La storia giudicherà questo momento.”
Pillay a Norimberga: “Il diritto internazionale è sotto attacco”
La neo Nobel ha scelto una location carica di significato per la sua prima conferenza stampa: Norimberga, la città tedesca in cui furono processati i gerarchi nazisti. “Viviamo in un’epoca in cui il diritto internazionale e i diritti umani sono sotto un forte attacco politico”, ha dichiarato. “Questo deterioramento è particolarmente evidente negli attacchi alla Corte penale internazionale.” Un riferimento diretto alle dichiarazioni di Trump — che ha definito la CPI “malvagia” — e alle pressioni su Israele.
Netanyahu: “Fanatica che diffonde calunnie sanguinose”
Dal canto suo, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha reagito con durezza sull’account X del suo ufficio: “Il Comitato Nobel ha perso la sua bussola morale. Il riconoscimento è stato assegnato a una fanatica che ha costruito la propria carriera inventando e diffondendo calunnie sanguinose contro l’unico e solo Stato ebraico.” Netanyahu ha puntato il dito anche contro l’ex procuratore capo della CPI Karim Khan, accusato da suoi collaboratori di stupro e molestie sessuali, sostenendo che avrebbe cercato di contrastarle “aderendo alla campagna contro Israele”: “Pillay ha fornito le menzogne. Khan le ha trasformate in un’arma.”
Trump sanziona la CPI: “La paralizzeremo”
La risposta di Washington è arrivata nelle stesse ore, anche se la decisione — precisa il Dipartimento di Stato — era stata maturata prima dell’annuncio del Nobel. Il Dipartimento del Tesoro ha annunciato sanzioni ampie contro la CPI come istituzione: blocco di tutti i beni della Corte nelle giurisdizioni statunitensi e un termine di sei mesi entro cui aziende e cittadini americani che intrattengono rapporti con la Corte dovranno interromperli.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha illustrato le misure in un videomessaggio: “Vieteremo le transazioni con questa Corte fuorilegge, tagliandone le risorse e paralizzandone la capacità operativa. O la CPI porrà fine alle sue minacce, oppure saremo noi a porre fine alla CPI.” Rubio ha anche invitato gli alleati — tra cui i Paesi europei della NATO e il Giappone — ad aderire alle misure: “Se non lo faranno, gli Stati Uniti proseguiranno la loro campagna per smantellare la CPI, pezzo dopo pezzo.”
Netanyahu ha prontamente ringraziato Trump e Rubio: “La CPI non è un tribunale. È un organismo politico che rappresenta una minaccia mortale per le democrazie che rispettano la legge in tutto il mondo e per l’idea stessa di sovranità nazionale.”
La CPI risponde: “Nessuno è al di sopra della legge”
Dall’Aia, la risposta della Corte è stata ferma e solenne. La presidente Tomoko Akane ha respinto le sanzioni come “un attacco allo Stato di diritto e alle fondamenta stesse dell’ordine giuridico internazionale”, finalizzato a “ostacolare il corso della giustizia” e a “intimidire coloro che lavorano per la Corte”. La CPI ha invitato i 125 Stati membri ad adottare “misure concrete” per garantirne la continuità operativa. “Lo Statuto di Roma è una promessa collettiva: i crimini più gravi che riguardano la comunità internazionale non devono restare impuniti. La storia giudicherà questo momento. Le generazioni future, soprattutto le vittime delle atrocità di massa, chiederanno conto della risposta della comunità internazionale.”
I Paesi Bassi: “La difenderemo mattone dopo mattone”
La reazione europea più netta è arrivata dai Paesi Bassi, Paese ospitante della CPI. Il premier Rob Jetten — in un ribaltamento deliberato del lessico di Rubio — ha dichiarato che i Paesi Bassi “proteggeranno mattone dopo mattone la Corte penale internazionale quando sarà necessario.” Jetten ha spiegato che Amsterdam sta lavorando sul piano diplomatico per convincere Washington che sanzioni severe danneggerebbero le relazioni transatlantiche, e che diversi Paesi stanno elaborando proposte di riforma della CPI: “Il messaggio rivolto agli americani è anche questo: partecipate a questo dialogo ed evitate un’ulteriore escalation.” In quanto Paese ospitante, i Paesi Bassi hanno una responsabilità sancita da un accordo firmato nel 2008. “Come si può essere contrari al perseguimento dei crimini più efferati? La CPI non si tocca.”
