Nucleare, l’Italia riapre la porta all’atomo: ora la sfida è costruire le centrali

Il Senato approva definitivamente la legge delega sul nucleare sostenibile. Dodici mesi per scrivere le nuove regole, mentre due modelli industriali prendono forma: gli SMR ad acqua leggera di Nuclitalia e i reattori veloci al piombo di newcleo. Il 2033-2034 indicato dal Governo come possibile traguardo per i primi impianti

Quasi quarant’anni dopo il referendum del 1987, il nucleare torna ufficialmente nei piani energetici italiani.

Il Senato ha approvato il 23 settembre in via definitiva la legge delega sul nucleare sostenibile, già approvata dalla Camera a giugno: 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astensioni.

La porta legislativa è dunque aperta. Ma dietro quella porta non ci sono ancora cantieri.

Ci sono da costruire regole, autorità, filiera industriale, sistema di controllo, finanziamenti e consenso sui territori.

Entro dodici mesi dall’entrata in vigore della legge, il Governo dovrà adottare uno o più decreti legislativi su produzione e utilizzo dell’energia nucleare, combustibile, autorizzazioni, sicurezza, disattivazione degli impianti, rifiuti radioattivi e combustibile esaurito. Nel nuovo quadro rientra anche la ricerca sulla fusione.

La legge stabilisce quindi il perimetro. La vera partita comincia adesso.

Il 2033-2034 è la data cerchiata

Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha indicato il 2033-2034 come possibile orizzonte per vedere i primi impianti nucleari italiani.

È una scadenza ambiziosa.

Per arrivarci bisognerà far procedere quasi contemporaneamente scelta delle tecnologie, regolazione, autorizzazioni, individuazione dei siti, formazione del personale e costruzione della filiera.

Il Governo guarda soprattutto alle tecnologie di nuova generazione e agli Small Modular Reactor, reattori più piccoli rispetto alle grandi centrali tradizionali e progettati per sfruttare maggiormente la standardizzazione industriale.

Ma la legge non sceglie ancora un reattore né indica un sito.

Prima vengono le regole.

La partita industriale: Nuclitalia contro il calendario

A muoversi sul fronte pubblico è Nuclitalia, società partecipata da Enel al 51%, Ansaldo Energia al 39% e Leonardo al 10%.

Il mandato è ambizioso: realizzare una due diligence tecnico-economica sugli SMR ad acqua leggera e mappare la filiera italiana.

Sono circa 800 le aziende censite.

A novembre è atteso il white paper con l’indicazione della tecnologia di riferimento. Sul tavolo ci sono alcuni dei progetti con licensing più avanzato in Occidente: BWRX-300 di GE Vernova Hitachi, Rolls-Royce SMR, NUWARD di EDF e AP300 di Westinghouse.

La scelta non riguarderà soltanto il reattore.

Significherà scegliere anche il regolatore di riferimento, la supply chain, i fornitori e il possibile partner strategico.

L’alternativa privata arriva dal Nasdaq

Dall’altra parte c’è newcleo, che punta su una tecnologia completamente diversa.

Il 22 settembre la società ha debuttato al Nasdaq attraverso una SPAC, raccogliendo 247 milioni di dollari e partendo da una valutazione pre-money di 2,4 miliardi. Complessivamente, dalla fondazione, la società ha raccolto oltre un miliardo.

Il progetto è basato su reattori veloci raffreddati al piombo e tecnologia di quarta generazione, con combustibile MOX ottenuto anche attraverso il riprocessamento delle scorie.

A Brasimone è in costruzione un dimostratore non nucleare da 10 MW termici.

Il percorso, però, è molto più lungo rispetto agli SMR ad acqua leggera: il licensing è ancora da costruire e l’orizzonte industriale è collocato oltre il 2040.

Il messaggio è chiaro: il capitale privato può esserci, ma cerca mercati e regolatori capaci di offrire un percorso autorizzativo prevedibile.

Due tecnologie, due scommesse

Le due strade non sono necessariamente concorrenti.

Gli SMR ad acqua leggera puntano su una tecnologia più matura e su un possibile orizzonte intorno al 2035. La sfida principale sarà il costo del capitale e la capacità di costruire rapidamente impianti standardizzati.

I reattori veloci al piombo rappresentano invece una scommessa tecnologica di più lungo periodo, con la prospettiva di contribuire anche alla gestione del ciclo del combustibile e dei rifiuti.

In altre parole: una tecnologia punta prima di tutto alla produzione di elettricità; l’altra promette di intervenire anche sul problema del combustibile e delle scorie.

La domanda per il legislatore sarà se i decreti attuativi riusciranno a creare un quadro sufficientemente flessibile da consentire lo sviluppo di entrambe.

Il vero problema è il capitale

Nel nucleare, la tecnologia è soltanto una parte della storia.

Il costo finale dell’elettricità dipende in modo decisivo dal costo del capitale, e quindi dal tasso al quale vengono finanziati progetti che richiedono enormi investimenti e hanno tempi di rientro molto lunghi.

Il caso NuScale è diventato emblematico: il primo progetto SMR negli Stati Uniti è stato cancellato nel 2023 dopo l’aumento dei costi, arrivati a livelli nell’ordine dei 20.000 dollari per kW.

Per rendere sostenibili i nuovi impianti potrebbero quindi essere necessari strumenti finanziari come Contracts for Difference (CfD) o modelli regolati di tipo RAB, utilizzati in altri grandi progetti nucleari europei.

È qui che la politica industriale incontrerà la finanza.

E anche le valutazioni economiche restano oggetto di discussione: Confindustria stima fino a 46 miliardi di euro di ricadute, mentre Bankitalia ha sottolineato che molte tecnologie SMR e AMR sono ancora in larga parte nella fase di prototipo.

Scorie, sicurezza e territori

La legge delega affronta anche l’intero ciclo di vita dell’atomo: dal combustibile alla gestione dei rifiuti radioattivi, fino allo smantellamento degli impianti.

Resta inoltre da individuare il Deposito Nazionale, il sito destinato alla gestione dei rifiuti radioattivi, che al momento non è stato ancora scelto.

Anche l’autorità di sicurezza dovrà essere adeguatamente strutturata. L’ISIN, l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione, è previsto con un organico tecnico massimo di 60 unità nel nuovo assetto.

E poi c’è il nodo dei territori.

Scegliere dove costruire eventuali nuovi reattori sarà una delle fasi più delicate dell’intero percorso. Serviranno requisiti tecnici, valutazioni di sicurezza, autorizzazioni e soprattutto un rapporto con le comunità locali.

Dopo i referendum del 1987 e del 2011, il ritorno dell’atomo non è soltanto una questione tecnologica.

È anche una questione politica, industriale e sociale.

Novembre sarà già un primo test

La legge ha riaperto la strada. Ma non ha ancora prodotto un solo megawattora nucleare.

I prossimi mesi diranno molto.

A novembre Nuclitalia dovrà indicare la direzione tecnologica. Newcleo dovrà dimostrare di poter trasformare la raccolta di capitali in un percorso industriale concreto. Il Governo dovrà invece tradurre la delega in decreti su licensing, sicurezza, combustibile, rifiuti e autorizzazioni.

E soprattutto dovrà affrontare la questione più difficile: chi paga e chi costruisce.

Il 2033-2034 resta l’orizzonte indicato dal Governo per i primi impianti. Ma tra una legge approvata e un reattore collegato alla rete ci sono anni di progettazione, autorizzazioni, finanziamenti e lavori.

Dopo quasi quarant’anni, l’Italia ha riaperto la porta al nucleare.

Adesso comincia la parte più difficile: trasformare una scelta legislativa in una filiera industriale e, alla fine, in elettricità.