La guerra tra Stati Uniti e Iran sta iniziando a produrre effetti concreti sull’economia americana. Secondo le stime di Moody’s Analytics, il conflitto avrebbe già generato un costo complessivo di circa 100 miliardi di dollari per i consumatori statunitensi, pari a circa 750 dollari per famiglia.
A pesare sono soprattutto due fattori: l’aumento della spesa militare e il rincaro dei prezzi energetici causato dalle tensioni in Medio Oriente e dalle interruzioni delle forniture petrolifere.
Petrolio sopra i 110 dollari e carburanti più cari
Secondo Mark Zandi, l’impatto economico del conflitto si è trasmesso rapidamente ai consumatori attraverso l’aumento dei costi di benzina, diesel e carburante per aerei.
Dall’inizio delle operazioni militari di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, il prezzo del Brent ha superato più volte quota 110 dollari al barile, alimentando pressioni inflazionistiche e riducendo il potere d’acquisto delle famiglie americane.
Parallelamente, le spese militari continuano a crescere. Alla fine di aprile, il funzionario del Pentagono Jules Hurst aveva riferito alla Commissione per i Servizi Armati della Camera che il conflitto era già costato circa 25 miliardi di dollari, destinati in larga parte all’acquisto di munizioni e materiali militari.
I tagli fiscali non bastano più a compensare i rincari
Per alcuni mesi l’impatto della guerra è stato attenuato dagli effetti dei rimborsi fiscali previsti dal One Big Beautiful Bill Act, il maxi-pacchetto fiscale sostenuto dall’amministrazione americana.
Tuttavia, secondo Zandi, il punto di equilibrio è stato superato a metà maggio.
“Dal 16 maggio i maggiori rimborsi fiscali ricevuti dagli americani non sono più sufficienti a compensare l’aumento dei costi energetici causato dalla guerra”, ha spiegato l’economista.
L’analisi trova riscontro anche negli studi di Goldman Sachs e Morgan Stanley.
Goldman Sachs ha stimato che il rincaro della benzina stia sottraendo ai consumatori americani circa 140 miliardi di dollari all’anno in termini di reddito disponibile. Morgan Stanley ha invece evidenziato come un aumento stabile del 15% dei prezzi dei carburanti sarebbe sufficiente ad annullare completamente il beneficio medio derivante dai rimborsi fiscali. I prezzi energetici, nel frattempo, sarebbero già aumentati di circa il 40%.
Le famiglie a basso reddito sono le più esposte
Secondo Moody’s, la pressione economica si sta concentrando soprattutto sulle famiglie a reddito medio e basso.
Con il tasso di risparmio vicino ai minimi storici, molte famiglie stanno iniziando a ridurre le spese discrezionali per assorbire l’aumento dei costi energetici e delle altre voci di consumo.
Zandi avverte che, se il conflitto dovesse prolungarsi e i prezzi dell’energia restassero elevati, la frenata dei consumi potrebbe aggravare ulteriormente il rallentamento dell’economia americana.
L’incertezza sulla guerra frena consumi e viaggi
I mercati finanziari continuano a scommettere su un futuro accordo tra Washington e Teheran, ma i consumatori appaiono molto più prudenti.
L’ultimo rapporto Consumer Checkpoint di Bank of America evidenzia un rallentamento della spesa soprattutto nei servizi più costosi, come viaggi e vacanze.
Secondo gli analisti, le famiglie con redditi più bassi stanno rinviando gli acquisti più impegnativi a causa dell’incertezza sull’andamento dei salari, dei prezzi dell’energia e della situazione geopolitica.
Cresce il divario dell’“economia a K”
Il report di Bank of America segnala inoltre un ampliamento della cosiddetta “economia a K”, fenomeno che descrive la crescente divergenza tra famiglie ad alto reddito e famiglie più vulnerabili.
I dati mostrano che durante il mese di aprile i nuclei familiari meno abbienti hanno ridotto gli acquisti discrezionali in misura significativamente maggiore rispetto ai redditi più elevati, segnale che gli effetti positivi dei rimborsi fiscali stanno progressivamente svanendo.
Se il conflitto dovesse protrarsi e i prezzi energetici rimanessero elevati, il rischio è che la contrazione dei consumi delle fasce più deboli finisca per rallentare ulteriormente la crescita economica degli Stati Uniti, aumentando le pressioni su un’economia già alle prese con inflazione, debito pubblico e incertezza geopolitica.
