Mentre la guerra tra Stati Uniti e Iran scuoteva i mercati globali e faceva impennare il prezzo del petrolio, il conto di investimento intestato al presidente americano Donald Trump acquistava azioni petrolifere, titoli della difesa, oro e asset rifugio. È quanto emerge da un documento dell’Office of Government Ethics che sta alimentando polemiche senza precedenti sul possibile conflitto di interessi alla Casa Bianca.
Secondo il rapporto, nelle stesse ore in cui Trump alternava minacce militari e aperture diplomatiche verso Teheran, il portafoglio a lui associato effettuava centinaia di operazioni finanziarie su settori direttamente influenzati dalla guerra in Medio Oriente.
Il “TACO” di Trump sull’Iran e il sollievo di Wall Street
La svolta arriva lunedì 23 marzo. Dopo settimane di escalation e un ultimatum di 48 ore imposto a Teheran, Trump cambia improvvisamente linea. In un messaggio pubblicato su Truth Social, il presidente annuncia colloqui “molto positivi e produttivi” con l’Iran e concede cinque giorni aggiuntivi per raggiungere un accordo.
La reazione dei mercati è immediata:
- il Brent crolla di quasi l’11%;
- Wall Street rimbalza;
- i titoli energetici perdono terreno;
- gli investitori riducono la corsa agli asset rifugio.
Ma proprio mentre il mercato scaricava i titoli petroliferi, il conto associato a Trump li acquistava.
Acquisti in petrolio, difesa e oro durante il conflitto
Il documento dell’Office of Government Ethics, lungo 113 pagine, fotografa una strategia finanziaria aggressiva nei primi mesi del 2026.
Tra i titoli acquistati figurano:
- Exxon Mobil
- Chevron
- Phillips 66
- Lockheed Martin
- General Dynamics
Società che avrebbero potuto beneficiare economicamente di un conflitto prolungato in Medio Oriente.
Parallelamente il portafoglio ha incrementato l’esposizione verso beni rifugio:
- oro;
- Treasury bond;
- ETF obbligazionari;
- liquidità.
Tra le operazioni più rilevanti:
- acquisti di azioni Newmont subito dopo l’inizio della guerra;
- acquisti dell’iShares US Treasury Bond ETF dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz;
- investimenti nell’iShares Gold Trust mentre cresceva il rischio energetico globale.
Oltre 3.600 operazioni in tre mesi
Secondo il rapporto, il conto avrebbe effettuato 3.642 operazioni individuali tra gennaio e marzo 2026, con volumi stimati fra 220 e 750 milioni di dollari.
Una media di circa 60 operazioni al giorno.
Per gli esperti di etica pubblica si tratta di un caso senza precedenti nella storia moderna americana.
Richard Painter, ex consulente etico della Casa Bianca sotto George W. Bush, ha dichiarato:
“Non credo che abbiamo mai avuto un presidente che operasse direttamente in Borsa”.
Il nodo del conflitto di interessi
Negli Stati Uniti non esiste una legge che vieti esplicitamente al presidente di detenere azioni o investimenti finanziari personali. Tuttavia, da oltre mezzo secolo, quasi tutti i presidenti hanno evitato il rischio di conflitti di interesse utilizzando blind trust o fondi indicizzati.
Persino Jimmy Carter liquidò completamente i propri beni, inclusa la celebre azienda agricola di famiglia.
Trump, invece, mantiene una struttura molto contestata dagli esperti di etica governativa.
La Trump Organization sostiene che le decisioni d’investimento siano prese esclusivamente da società finanziarie esterne attraverso sistemi automatizzati.
La Casa Bianca, però, ha fornito una versione parzialmente diversa, spiegando che gli asset sono custoditi in un trust gestito dai figli del presidente.
Una discrepanza che ha ulteriormente alimentato le polemiche.
Le critiche degli esperti di etica pubblica
Già durante il primo mandato, Walter Shaub — ex direttore dell’Office of Government Ethics — aveva definito il trust di Trump “nemmeno lontanamente cieco”.
Shaub si dimise nel 2017 dopo lo scontro con il presidente sulla gestione dei suoi interessi economici.
Oggi la questione torna con maggiore forza perché, secondo i critici, Trump avrebbe contemporaneamente:
- guidato la politica estera americana;
- influenzato i mercati globali;
- detenuto un portafoglio che operava attivamente proprio sui settori più sensibili alla guerra.
Petrolio, guerra e mercati: il contesto globale
Le operazioni finanziarie arrivano mentre il conflitto con l’Iran continua a destabilizzare il mercato energetico mondiale.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ha provocato:
- un’impennata del prezzo del petrolio;
- timori sulle forniture globali;
- tensioni inflazionistiche;
- forte volatilità sui mercati.
Nel frattempo, Wall Street continua a monitorare le prossime mosse della Casa Bianca, mentre il dibattito politico negli Stati Uniti si concentra sempre più sui limiti etici e istituzionali del rapporto fra potere politico e interessi finanziari personali.
