La chiusura dello Stretto di Hormuz continua a scuotere i mercati finanziari globali. Dopo settimane di tensioni geopolitiche e tentativi diplomatici falliti, gli investitori iniziano a confrontarsi con uno scenario sempre più concreto: una crisi energetica prolungata che rischia di alimentare inflazione, volatilità e nuove strette monetarie.
Ieri i future azionari statunitensi hanno chiuso in calo, mentre il petrolio ha continuato a correre spinto dai timori di una carenza globale di offerta.
Wall Street in rosso: salgono petrolio e rendimenti
I future sul Dow Jones Industrial Average hanno perso 174 punti (-0,35%), mentre quelli sul S&P 500 sono scesi dello 0,26%. In ribasso anche i future sul Nasdaq Composite (-0,32%).
Parallelamente continua la corsa del greggio:
- il petrolio WTI statunitense è salito dell’1,75% a 107,26 dollari al barile
- il Brent è aumentato dell’1,32% fino a 110,70 dollari
In calo invece l’oro, sceso dello 0,37% a 4.545 dollari l’oncia.
Sul mercato obbligazionario prosegue la pressione sui titoli di Stato. Il rendimento del Treasury americano decennale è salito al 4,611%, mentre per la prima volta da vent’anni il rendimento dei Treasury trentennali ha toccato il 5%.
Un segnale che i mercati iniziano a scontare il rischio di nuovi rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve.
Fallito il vertice Usa-Cina sullo Stretto di Hormuz
A interrompere l’ottimismo della scorsa settimana è stato soprattutto il mancato accordo tra Stati Uniti e Cina.
Il vertice diplomatico di venerdì non ha infatti prodotto alcuna svolta concreta sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota decisiva del petrolio mondiale.
Nel frattempo si sono arenati anche i colloqui tra Washington e Iran.
Secondo quanto riportato da Axios, il presidente Donald Trump ha riunito sabato il team per la sicurezza nazionale nel suo golf club in Virginia per discutere delle possibili opzioni contro Teheran.
Un nuovo incontro nella Situation Room della Casa Bianca sarebbe previsto per martedì.
Trump avverte Teheran: “Il tempo stringe”
Parlando con Axios, Trump ha dichiarato che:
“Il tempo stringe”.
Il presidente americano ha inoltre avvertito che, senza un accordo migliore sul nucleare e sulla riapertura dello Stretto, l’Iran:
“Sarà colpito molto più duramente”.
Parole che alimentano ulteriormente i timori di un possibile intervento militare americano nell’area del Golfo Persico.
Scorte petrolifere ai minimi: cresce il rischio panico
La vera preoccupazione dei mercati riguarda però l’offerta globale di petrolio.
Diversi istituti finanziari internazionali stanno lanciando segnali d’allarme sempre più netti.
JPMorgan Chase prevede che le scorte commerciali di greggio nei Paesi sviluppati possano raggiungere:
“Livelli di stress operativo”
già entro l’inizio di giugno.
Anche Capital Economics parla di scorte vicine a livelli “criticamente bassi”.
Secondo gli analisti di UBS:
“Le riserve sono ormai in gran parte esaurite”.
Una situazione che potrebbe rendere il mercato petrolifero ancora più instabile nelle prossime settimane.
Il rischio di acquisti dettati dal panico
Gli analisti temono ora una nuova fase di forte volatilità sui prezzi energetici.
UBS avverte che, se la crisi fisica delle forniture dovesse intensificarsi e lo Stretto di Hormuz restasse chiuso ancora a lungo, potrebbero scattare:
“Acquisti dettati dal panico”.
Uno scenario che rischierebbe di spingere ulteriormente al rialzo il prezzo del petrolio, aggravando le pressioni inflazionistiche già visibili negli Stati Uniti e in Europa.
E proprio il ritorno dell’inflazione energetica sta cambiando rapidamente le aspettative degli investitori: fino a poche settimane fa Wall Street scommetteva su futuri tagli dei tassi, oggi i mercati iniziano invece a prezzare il rischio opposto, cioè nuove strette monetarie da parte delle principali banche centrali.
