Sapporo ’40 e Cortina ’44: i Giochi invernali spenti dalla guerra

La storia olimpica conosce anche capitoli mai scritti. Tra questi, i Giochi olimpici invernali del 1940 e del 1944, cancellati a causa della Seconda guerra mondiale, simboli di un’epoca in cui lo sport dovette arrendersi al conflitto.

L’edizione del 1940 era stata assegnata nel 1932 a Sapporo, sull’isola giapponese di Hokkaido. Sarebbe stata la prima Olimpiade invernale in Asia, e il Giappone aveva avviato con entusiasmo i preparativi. Ma nel 1937, con l’invasione giapponese della Manciuria e lo scoppio della guerra sino-giapponese, il Comitato Olimpico Internazionale revocò l’assegnazione.

Il CIO tentò allora una soluzione europea: prima St. Moritz, che però rinunciò, poi Garmisch-Partenkirchen, già sede dei Giochi del 1936. Ma l’invasione della Polonia nel 1939 rese inevitabile la cancellazione definitiva dei Giochi del 1940.

Cortina ’44, un sogno interrotto

Nel giugno del 1939 il CIO assegnò a Cortina d’Ampezzo l’organizzazione dei Giochi invernali del 1944, preferendola a Montréal e Oslo. A sostenere con forza la candidatura fu il conte Alberto Bonacossa, figura centrale dello sport italiano, che spinse l’amministrazione locale a proporre la “Perla delle Dolomiti” come sede olimpica.

Anche questo progetto, però, si infranse contro il protrarsi della guerra mondiale. I Giochi del 1944 non si disputarono mai.

Lo spirito olimpico nei campi di prigionia

Eppure, nemmeno negli anni più bui lo spirito olimpico si spense del tutto. Nel 1940, nel campo di prigionia di Langwasser, vicino a Norimberga, alcuni detenuti organizzarono un piccolo evento sportivo. Una bandiera olimpica artigianale, cucita con indumenti dei prigionieri, veniva issata e subito nascosta per non attirare l’attenzione delle guardie.

Le medaglie erano di cartone, le coppe ricavate dalle gavette. L’iniziativa fu ideata dallo scrittore polacco Teodor Niewiadomski, che accompagnava le cerimonie suonando gli inni con un’armonica a bocca. Le gare – lancio della pietra, “corsa della rana” e altre discipline improvvisate – coinvolsero prigionieri belgi, polacchi, inglesi, francesi, olandesi, norvegesi e jugoslavi, evitando prove che potessero destare sospetti.

Nel 1944, a Woldenberg, si disputarono nuove competizioni, questa volta sotto il controllo diretto delle guardie tedesche, che non le impedirono. Parteciparono 466 prigionieri, ciascuno con il proprio vessillo nazionale. Ma dopo i giochi il regime di restrizioni si fece ancora più duro: solo 300 dei partecipanti sopravvissero fino alla liberazione nel 1945.

La rinascita: Cortina ’56

Finita la guerra, Cortina tentò nuovamente. Nel 1946 una delegazione guidata ancora da Bonacossa presentò la candidatura per i Giochi del 1952, ma Oslo vinse per soli due voti.

La rivincita arrivò il 28 aprile 1949: con il 75% dei consensi, battendo Colorado Springs, Montréal e Lake Placid, Cortina d’Ampezzo ottenne l’assegnazione dei VII Giochi olimpici invernali, entrati nella storia come Cortina ’56, simbolo della rinascita sportiva dell’Italia del dopoguerra.