Confindustria rivede al rialzo il PIL italiano 2026: crescerà dell’1%. Ma il 2027 rallenta e l’Europa resta fuori dalla rivoluzione digitale

Il Centro Studi Confindustria fotografa un’Italia che regge meglio del previsto grazie al PNRR, ai consumi e agli investimenti. L’export verso il Mercosur vola a +10%, ma quello verso gli USA cala del 9,8%. E sui materiali critici la dipendenza da Cina e USA è strutturale.

Il PIL italiano crescerà dell’1% nel 2026, più di quanto stimato a marzo. Lo certifica il nuovo report del Centro Studi Confindustria, che rivede al rialzo le previsioni in base al buon andamento dell’economia nella prima metà dell’anno. Nel 2027, però, arriverà la frenata: +0,6%, in linea con il ritmo già osservato nel 2025.

Perché l’Italia fa meglio del previsto
Quattro fattori spiegano la revisione al rialzo. Il primo è la buona performance nella prima metà del 2026. Il secondo è il PNRR, il cui impatto stimato sul PIL è di circa mezzo punto percentuale. Il terzo è un trasferimento contenuto dei rincari energetici agli altri beni e servizi. Il quarto — e più sorprendente — è un rincaro del petrolio inferiore alle attese: la frenata della domanda mondiale, soprattutto da Cina e Giappone, ha parzialmente compensato il calo dell’offerta causato dalla guerra nel Golfo, limitando l’impennata dei prezzi.

I motori della crescita: consumi, investimenti, costruzioni
La crescita 2026 poggia su consumi delle famiglie (+1,1% — fermi invece quelli pubblici) e investimenti (+3,3%), trainati dalle costruzioni nonostante il calo della componente abitativa. Resta negativo l’apporto della domanda estera netta, nonostante la crescita dell’export: +2,7% quello di beni, +3,8% quello di servizi.

Il 2027: rallentamento su tutti i fronti
Le prospettive per il prossimo anno sono più fosche. I consumi delle famiglie cresceranno solo dello +0,5%, gli investimenti dell’+0,8%. A pesare saranno l’aumento dei costi energetici, l’impennata dell’inflazione e soprattutto la conclusione del PNRR a fine 2026 — che verrà meno come fattore propulsivo proprio quando l’economia ne avrebbe ancora bisogno.

Export: Mercosur vola, USA frenano
Sul fronte commerciale il quadro è misto. Nei primi tre mesi di applicazione dell’accordo UE-Mercosur (maggio-luglio 2026), le esportazioni italiane verso l’area sono cresciute del +10% rispetto allo stesso periodo del 2025 — quasi il doppio rispetto alla crescita verso l’insieme dei Paesi extra-UE (+5,9%). Un segnale che gli accordi di libero scambio avvantaggiano in modo sproporzionato l’Italia, grazie alla sua specializzazione nei settori in cui la riduzione dei dazi è più ampia e alla struttura produttiva basata sulle PMI.

Diverso il discorso con gli Stati Uniti, che assorbono il 10,8% dell’export italiano. I dazi stanno già facendo sentire il loro peso: le esportazioni di beni sono calate del 9,8% negli ultimi dodici mesi, al netto di navi e farmaci. In prospettiva, il Csc avverte che la delocalizzazione — fenomeno lento ma inarrestabile — potrebbe ridurre molto di più l’export e il valore aggiunto prodotto in Italia e in Europa.

La doppia dipendenza: Cina per i prodotti, USA per il valore
Sul fronte delle importazioni, un decimo proviene dalla Cina (10,2%, +2,8 punti rispetto al 2019). Pechino è il primo Paese fornitore per numerosità di prodotti critici (27%), strategici per l’ICT e per la transizione verde. Gli USA sono invece il primo fornitore in termini di quota in valore (24%). Una doppia dipendenza strutturale che rende l’industria italiana vulnerabile su entrambi i fronti della rivalità geopolitica tra le due superpotenze.

Il commercio mondiale accelera, l’Europa resta al palo
I dati sugli scambi mondiali sono eloquenti. Nei primi sette mesi del 2026, i volumi hanno superato del 9,5% il livello del 2024 e del 18,4% il livello pre-pandemia. A trainare sono Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong e Cina — responsabili da soli di due terzi della crescita — con un contributo significativo anche degli USA. L’Europa invece “rimane al palo”, scrive il Csc. Questa crescita è indissolubilmente legata alla riconfigurazione delle filiere globali in risposta ai dazi americani e soprattutto al boom degli investimenti nell’AI, che ha origine negli USA e ha attivato principalmente le supply chain asiatiche — a partire dalla produzione di chip. Il ritardo europeo è quantificabile: USA e Cina investono 1.000 miliardi di dollari l’anno (a parità di potere d’acquisto) in ricerca e sviluppo, l’UE solo 600. Le prime cinque aziende al mondo per investimenti in R&S sono americane; la sesta è cinese (Huawei). L’Europa, ancora una volta, non è in classifica.