In 25 anni i prezzi sono cresciuti del 63%. Ma per casa, luce e gas il rincaro supera il 100%

Il nuovo report Istat fotografa un quarto di secolo di inflazione italiana: chi ha pagato di più, chi di meno, e perché l’unica categoria in calo è quella dei beni tecnologici. Sullo sfondo, una domanda che i dati non dicono ma che i dati suggeriscono: chi ha perso potere d’acquisto?

Tra il 2000 e il 2025, i prezzi al consumo in Italia sono cresciuti in media del 63%. Una cifra già significativa, ma che nasconde divari enormi tra categorie di spesa. È quanto emerge dal Report “Storie di dati sui prezzi al consumo” pubblicato dall’Istat, che per la prima volta mette a sistema un quarto di secolo di dinamiche inflazionistiche, offrendo una mappa precisa di chi ha pagato di più — e chi, paradossalmente, di meno.

La casa, la luce, il gas: oltre il 100%
La categoria che ha subito i rincari più pesanti è quella di abitazione e utenze, trainata dalle spese per elettricità e combustibili: il rialzo supera il 100% in 25 anni. Un dato che racconta molto di più di una statistica: racconta l’impatto cumulato delle crisi energetiche, dalla liberalizzazione del mercato del gas negli anni Duemila fino agli shock del 2022 e del conflitto in Medio Oriente del 2026, che ha fatto tornare il petrolio sopra i 100 dollari al barile e ha spinto il governo italiano a intervenire d’urgenza con tagli alle accise e proroghe dei decreti carburanti.

A superare il 100% di rincaro ci sono anche gli alcolici e i tabacchi — categorie storicamente soggette a incrementi fiscali progressivi — e i servizi finanziari e assicurativi, un aggregato che riflette la crescente complessità del sistema finanziario e l’aumento strutturale dei costi di intermediazione.

I beni industriali: +25%. La tecnologia: -60%
All’altro estremo della scala, i beni industriali non energetici hanno registrato un incremento di poco superiore al 25% — meno della metà della media generale. Ancora più sorprendente il dato sui beni e servizi di informazione e comunicazione: in 25 anni il loro costo è diminuito di quasi il 60%. Smartphone, computer, abbonamenti internet, servizi digitali: tutto ciò che appartiene all’ecosistema tecnologico è diventato, in termini reali, enormemente più accessibile. È l’effetto combinato della deflazione tecnologica, della concorrenza globale e dell’innovazione accelerata — un trend che ha caratterizzato l’intero primo quarto del XXI secolo.

Istruzione e sanità: sotto il 30%
Anche i servizi di istruzione e quelli sanitari hanno registrato aumenti inferiori al 30%, ben al di sotto della media. Un dato apparentemente rassicurante, ma che va letto con attenzione: in Italia larga parte di questi servizi è erogata dal settore pubblico, i cui prezzi sono amministrati o calmierati. Il confronto con i Paesi in cui istruzione e sanità sono prevalentemente private — come gli Stati Uniti, dove il costo delle rette universitarie è esploso del 170% in 20 anni — mostra quanto il welfare pubblico abbia funzionato da ammortizzatore dell’inflazione su questi fronti.

Il potere d’acquisto: chi ha perso davvero
I dati Istat non misurano direttamente il potere d’acquisto, ma lo suggeriscono. Chi spende una quota più alta del proprio reddito in energia, affitto e servizi finanziari — ovvero le famiglie a reddito medio-basso — ha subito un’erosione molto più intensa di chi può destinare una quota significativa alla tecnologia o ai beni industriali. In Italia, secondo dati Eurostat aggiornati al 2024, le famiglie nel primo quintile di reddito destinano oltre il 20% della spesa all’energia e all’abitazione, contro il 12% delle famiglie nel quintile più alto. Il 63% di inflazione media, quindi, è una media che nasconde una regressività strutturale: i rincari più pesanti hanno colpito chi aveva meno margine per assorbirli.

Il contesto del 2026: la guerra che ha accelerato tutto
Il report Istat copre fino al 2025, ma il 2026 ha già aggiunto un capitolo che i dati non possono ancora fotografare. Il blocco dello Stretto di Hormuz, i rincari energetici conseguenti, i tagli alle accise introdotti dal governo Meloni con un miliardo di euro di risorse pubbliche, l’allarme della BCE su un’inflazione che potrebbe raggiungere il 3,1% nel secondo trimestre: tutto questo si sovrappone a un quadro già segnato da 25 anni di rincari asimmetrici. L’energia che costava il doppio nel 2025 rispetto al 2000 rischia di costarne ancora di più nel 2026. E le famiglie che già pagavano di più, in proporzione al reddito, si trovano di nuovo in prima fila.