Nucleare, l’Italia prepara il ritorno: il primo mini-reattore può arrivare entro il 2035

Edison, EDF e Nuward lavorano a un nuovo modello di nucleare: uno Small Modular Reactor da circa 400 MW, più compatto e progettato per essere costruito in moduli. Il progetto punta a coinvolgere una filiera industriale italiana e potrebbe aprire un mercato da decine di miliardi di euro. Ma il 2035, per ora, resta un obiettivo e non una certezza.

Il nucleare potrebbe tornare in Italia, ma con una tecnologia molto diversa rispetto alle grandi centrali del passato.

La scommessa si chiama SMR, Small Modular Reactor, e vede in prima linea Edison, EDF e Nuward. L’obiettivo è rendere operativo entro il 2035 il primo reattore modulare italiano, con una potenza di circa 400 megawatt elettrici.

Il progetto fa parte di una strategia più ampia di EDF, che punta a sviluppare una prima serie di dieci SMR in Europa a partire dal prossimo decennio. Il primo impianto dovrebbe essere realizzato in Francia, mentre uno dei successivi potrebbe essere costruito in Italia.

Il mini-reattore da 400 megawatt

Gli SMR sono reattori nucleari di dimensioni inferiori rispetto alle centrali tradizionali e progettati per utilizzare componenti e moduli standardizzati, con una parte significativa della costruzione trasferita dalla centrale alla fabbrica.

Il progetto Nuward utilizza una tecnologia Gen III+ ad acqua pressurizzata e punta a una potenza fino a 400 MWe.

Secondo il progetto, circa il 60% delle attività che normalmente vengono svolte direttamente in cantiere potrebbe essere realizzato in fabbrica o in officina. L’obiettivo è ridurre tempi, complessità e rischi legati alla costruzione.

Una volta avviato il progetto, il tempo teorico indicato per la realizzazione dell’impianto è di circa quattro anni.

Non solo elettricità: anche calore per l’industria

La caratteristica interessante degli SMR non riguarda soltanto la produzione di energia elettrica.

Il reattore Nuward è pensato anche per fornire calore a basse emissioni, una possibilità che potrebbe renderlo particolarmente interessante per alcuni settori industriali, grandi data center, poli chimici e reti di teleriscaldamento.

Secondo le stime presentate da Edison, un impianto Nuward realizzato in Italia potrebbe produrre una quantità di elettricità paragonabile ai consumi di oltre un milione di famiglie, fornendo contemporaneamente calore destinato a determinati processi industriali.

Una caratteristica che amplia quindi il possibile utilizzo degli SMR oltre la semplice generazione elettrica.

Una filiera franco-italiana

La partita non riguarda soltanto la tecnologia francese.

A giugno EDF, Nuward ed Edison hanno firmato, insieme a diversi operatori industriali italiani, una dichiarazione di intenti per sviluppare congiuntamente un SMR europeo.

Nel progetto sono coinvolte realtà come Saipem, SIMIC, Webuild, AIPE, ATB Riva Calzoni, Tectubi Raccordi e Walter Tosto.

L’obiettivo è creare una filiera franco-italiana capace di partecipare alla costruzione degli impianti in Italia, ma anche di contribuire ai progetti che potrebbero essere realizzati in Francia e negli altri mercati europei.

La partita della sicurezza

Prima di arrivare alla costruzione, però, la tecnologia deve superare anche il percorso regolatorio.

Nuward sta portando avanti una Joint Early Review con le autorità nucleari di diversi Paesi europei. Nel 2026 il processo è entrato nella terza fase e coinvolge otto regolatori, con l’italiana ISIN presente come osservatore.

Le conclusioni di questa fase sono attese all’inizio del 2027.

È un passaggio importante perché la possibilità di costruire un SMR in Italia dipenderà non soltanto dalla maturità tecnologica, ma anche dalle procedure di autorizzazione e dagli standard di sicurezza che verranno definiti a livello nazionale.

Un mercato da 46 miliardi

Le prospettive economiche sono altrettanto rilevanti.

Secondo uno studio citato da Edison e realizzato da The European House – Ambrosetti, se il nuovo nucleare arrivasse a coprire circa il 10% della domanda elettrica italiana nel 2050, attraverso circa 6,8 GW di capacità e 20 impianti, il mercato potenziale potrebbe raggiungere 46 miliardi di euro.

Lo stesso scenario stima 14,8 miliardi di euro di valore aggiunto e fino a 117mila posti di lavoro attivabili lungo la filiera.

Numeri che rappresentano però una proiezione legata a uno scenario di sviluppo e non investimenti già deliberati.

Il vero ostacolo è ancora il quadro normativo

Ed è proprio qui che entra in gioco la politica energetica italiana.

L’obiettivo industriale è avere i primi impianti operativi nel 2035, ma l’Italia non dispone ancora di un quadro normativo definitivo che consenta la costruzione di nuove centrali nucleari.

Il disegno di legge delega sull’energia nucleare sostenibile, presentato dal governo nell’ottobre 2025, è stato approvato dalla Camera il 4 giugno 2026 ed è passato al Senato, dove il 16 settembre è iniziato l’esame in Aula.

Il provvedimento dovrà definire, attraverso successivi decreti legislativi, il nuovo sistema per autorizzazioni, sicurezza, localizzazione degli impianti, ciclo del combustibile, gestione dei rifiuti e vigilanza.

Poi serviranno i passaggi decisivi: completamento del quadro legislativo, autorizzazioni, individuazione dei siti e validazione della tecnologia.

Il 2035, quindi, è oggi una tabella di marcia industriale. Per trasformarla in una centrale nucleare realmente operativa serviranno ancora diversi passaggi tecnologici, normativi e autorizzativi.