Mancano sei settimane alle elezioni di midterm e la crescita dei data center è già diventata un terreno politico delicato per i Repubblicani. Ora arriva un nuovo fronte ambientale: l’utilizzo dei PFAS nei sistemi di raffreddamento delle infrastrutture che alimentano l’intelligenza artificiale.
La corsa all’intelligenza artificiale sta facendo esplodere la domanda di data center negli Stati Uniti. Ma mentre le comunità locali protestano per il consumo di energia e soprattutto di acqua, si apre una nuova questione: per raffreddare i server potrebbero essere utilizzati sempre più spesso i PFAS, i cosiddetti “forever chemicals”.
Un rapporto di ChemSec, pubblicato a settembre, sostiene che i produttori di queste sostanze stanno già aumentando la capacità produttiva per intercettare la domanda legata alla crescita dei data center e dell’industria dei semiconduttori. (ChemSec)
Tra i gruppi citati figurano Chemours, Daikin e Arkema. Le principali aree di domanda individuate sono il raffreddamento dei data center, la produzione di semiconduttori e i materiali destinati alle batterie agli ioni di litio.
Il paradosso dell’acqua: meno consumi, più PFAS?
Il problema nasce da una delle principali critiche rivolte ai data center: l’enorme quantità di acqua necessaria per raffreddare i sistemi informatici.
Le tecnologie di raffreddamento a immersione e altre soluzioni avanzate possono utilizzare fluidi fluorurati per trasferire il calore lontano dai componenti elettronici. ChemSec sostiene però che i data center non abbiano necessariamente bisogno di sistemi basati sui PFAS e che esistano già alternative commerciali. (ChemSec)
È il paradosso della nuova infrastruttura AI: ridurre il consumo d’acqua potrebbe significare introdurre un’altra classe di sostanze chimiche persistenti nel sistema.
I PFAS sono infatti caratterizzati da legami chimici estremamente resistenti. La loro capacità di resistere al calore e alla degradazione li rende preziosi in numerose applicazioni industriali, ma la stessa caratteristica fa sì che possano persistere a lungo nell’ambiente.
La presenza dei PFAS nella popolazione statunitense è già estremamente diffusa. Secondo le autorità sanitarie americane, quasi tutti gli statunitensi hanno quantità misurabili di PFAS nel sangue; una precedente analisi citata dal National Institute of Environmental Health Sciences riportava il dato del 97%. (NIEHS)
La corsa ai data center non rallenta
Intanto, la costruzione delle infrastrutture necessarie all’AI continua a crescere.
Uno studio BOMA pubblicato a settembre rileva che nel 2025 i data center hanno rappresentato circa 41,2 miliardi di dollari, pari a quasi il 46% della costruzione privata classificata come “office” negli Stati Uniti. Dieci anni prima la quota era inferiore al 5%. (Realty Wire)
È un dato che fotografa quanto rapidamente l’espansione dell’intelligenza artificiale stia trasformando anche il settore immobiliare e delle infrastrutture.
E più aumentano server, chip e potenza di calcolo, più cresce anche il problema del calore.
Chemours, Daikin e Arkema puntano sul nuovo mercato
Secondo ChemSec, Chemours è il principale produttore o utilizzatore di PFAS tra le aziende analizzate.
Il gruppo sta sviluppando soluzioni specificamente destinate al raffreddamento dei data center e continua a investire nei refrigeranti fluorurati.
Anche Daikin e Arkema stanno aumentando la propria capacità produttiva per rispondere alla domanda proveniente dall’industria dei semiconduttori e dalle nuove infrastrutture digitali.
Il fenomeno mostra il lato meno visibile della corsa all’AI: dietro i giganteschi data center non ci sono soltanto chip, server e centrali elettriche, ma un’intera filiera chimica necessaria per mantenerli operativi.
Il caso Opteon 2P50 finisce davanti all’EPA
Il tema è già arrivato al centro dello scontro ambientale negli Stati Uniti.
A luglio, 17 organizzazioni ambientaliste hanno chiesto all’EPA di respingere la richiesta di Chemours per l’approvazione accelerata di Opteon 2P50, un PFAS destinato proprio ai sistemi di raffreddamento dei data center. (The Guardian)
Secondo le associazioni, i dati disponibili non sarebbero sufficienti per valutare adeguatamente i possibili rischi tossicologici e climatici della sostanza.
Il punto più controverso riguarda i sistemi di two-phase immersion cooling, nei quali i componenti elettronici vengono raffreddati attraverso fluidi contenenti sostanze fluorurate.
Le organizzazioni ambientaliste sostengono che anche piccole perdite, moltiplicate per le dimensioni dei grandi data center, potrebbero tradursi in rilasci significativi.
Chemours contesta invece questa ricostruzione e sostiene che i propri sistemi funzionino in circuito chiuso, limitando le perdite durante il normale funzionamento. (The Guardian)
“L’AI sta cambiando il modo in cui raffreddiamo i server”
Per Chemours, tuttavia, la direzione del mercato è chiara.
Joseph Martinko, presidente della divisione Thermal & Specialized Solutions dell’azienda, ha spiegato che la crescita dell’AI sta modificando le esigenze delle infrastrutture di raffreddamento e che gli operatori hanno bisogno di soluzioni capaci di sostenere l’aumento della potenza di calcolo mantenendo efficienza e affidabilità.
Il gruppo ha continuato così a sviluppare nuovi refrigeranti e tecnologie destinate ai data center.
Il tema, però, non riguarda soltanto una singola azienda. La domanda di sistemi di raffreddamento più efficienti è destinata a crescere insieme alla potenza computazionale richiesta dai modelli di AI.
E qui emerge il problema: la stessa tecnologia che consente di risparmiare acqua potrebbe aumentare la dipendenza da sostanze chimiche estremamente persistenti.
Il fronte europeo: Arkema e Daikin in tribunale
La questione non riguarda soltanto gli Stati Uniti.
In Francia, 192 cittadini e quattro organizzazioni ambientaliste hanno avviato a gennaio un’azione giudiziaria contro Arkema e Daikin per presunti casi di contaminazione da PFAS nella cosiddetta Chemical Valley.
Arkema ha dichiarato che si difenderà dalle accuse davanti al tribunale, mentre Daikin ha sostenuto di avere accelerato dal 2022 gli investimenti destinati a migliorare il controllo delle proprie emissioni di PFAS.
Nel frattempo, negli Stati Uniti la pressione normativa continua ad aumentare. Nel giugno 2026 l’EPA ha annunciato un accordo con Chemours che prevede oltre 450 milioni di dollari tra sanzioni e interventi per affrontare la contaminazione da PFAS in tre Stati. (US EPA)
Il nuovo problema nascosto dietro la corsa all’AI
La questione dei PFAS aggiunge quindi un altro elemento al dibattito sull’espansione dei data center.
Finora il confronto si è concentrato soprattutto su elettricità, acqua, territorio e infrastrutture. Ora entra in scena anche la chimica.
La domanda non è soltanto quanta energia serva per alimentare l’intelligenza artificiale o quanta acqua occorra per raffreddarla. È anche quali sostanze siano necessarie per tenere in funzione questa nuova gigantesca infrastruttura digitale e cosa accada quando quelle sostanze entrano nell’ambiente.
Ed è un problema che rischia di diventare sempre più rilevante proprio mentre la corsa americana all’AI accelera.
