Economia russa, cresce il pessimismo: inflazione e guerra mettono alla prova il consenso di Putin

Dopo oltre quattro anni di resilienza economica nonostante le sanzioni occidentali e la guerra in Ucraina, l’economia russa mostra segnali di crescente affaticamento. A evidenziarlo non sono soltanto gli indicatori macroeconomici, ma soprattutto l’umore della popolazione. Secondo un recente sondaggio Gallup, il pessimismo economico ha raggiunto il livello più alto degli ultimi vent’anni, segnalando una crescente preoccupazione per il tenore di vita e le prospettive del Paese.

Il sondaggio Gallup: mai così tanta sfiducia

La rilevazione evidenzia un netto peggioramento della percezione economica tra i cittadini russi.

Il 60% degli intervistati ritiene che la situazione economica sia peggiorata rispetto all’anno precedente, mentre oltre la metà afferma di aver registrato una diminuzione del proprio tenore di vita. È la prima volta da quando Gallup monitora la Russia che la valutazione negativa dell’economia diventa maggioritaria.

Un dato che arriva in una fase particolarmente delicata per il Cremlino, chiamato a conciliare il proseguimento dello sforzo bellico con la necessità di preservare il consenso interno.

Il modello economico costruito durante la guerra mostra i primi limiti

Dall’inizio del conflitto, Vladimir Putin ha puntato su un equilibrio fondato su tre pilastri:

  • forte aumento della spesa pubblica;
  • crescita della produzione legata all’industria della difesa;
  • rafforzamento delle relazioni commerciali con Paesi come Cina e India.

Questa strategia ha consentito alla Russia di limitare gli effetti immediati delle sanzioni occidentali, evitando una crisi economica profonda. Oggi, però, emergono segnali di rallentamento sempre più evidenti.

Inflazione, tasse e carenza di lavoratori

Tra i principali fattori di malcontento figura l’inflazione, che continua a ridurre il potere d’acquisto delle famiglie.

A questo si aggiunge l’aumento della pressione fiscale introdotto per finanziare le crescenti spese militari, una misura che pesa sia sui lavoratori sia sulle imprese.

Il mercato del lavoro, inoltre, soffre una forte carenza di personale qualificato, conseguenza della mobilitazione militare e dell’emigrazione di parte della forza lavoro dopo l’inizio della guerra. Molte aziende segnalano difficoltà nel reperire competenze essenziali, con ricadute sulla produttività e sulla capacità di espansione.

Finanze pubbliche sotto pressione

Anche i conti dello Stato iniziano a mostrare maggiori tensioni.

Secondo diverse analisi economiche, le risorse disponibili nel fondo sovrano liquido russo si sono progressivamente ridotte rispetto ai livelli precedenti al conflitto. Parallelamente, le entrate derivanti dalle esportazioni di petrolio e gas, tradizionale fonte di finanziamento del bilancio pubblico, hanno registrato un rallentamento.

Questa dinamica rende sempre più complesso sostenere contemporaneamente:

  • le spese militari;
  • gli interventi di sostegno all’economia;
  • le politiche necessarie a mantenere elevato il consenso interno.

I limiti della capacità produttiva

Per molti economisti il nodo principale non riguarda soltanto le risorse finanziarie, ma la capacità produttiva dell’economia russa.

Le restrizioni tecnologiche legate alle sanzioni, la difficoltà di reperire alcuni componenti strategici e la scarsità di manodopera qualificata limitano le possibilità di crescita. In questo contesto, ulteriori aumenti della spesa pubblica rischiano di alimentare soprattutto la dinamica inflazionistica senza generare un corrispondente incremento della produzione.

Cresce il malcontento nella società

Il peggioramento del quadro economico si riflette anche sulle aspettative dei cittadini.

Sempre più persone dichiarano di nutrire minore fiducia nelle prospettive occupazionali e nella possibilità di migliorare la propria condizione economica. Si rafforza inoltre la percezione che i sacrifici richiesti dalla guerra stiano diventando permanenti.

A questo clima ha contribuito anche il dibattito sui social media. Nelle ultime settimane l’influencer russa Victoria Bonya, residente nel Principato di Monaco, ha pubblicato un video molto condiviso nel quale critica apertamente l’aumento dell’inflazione, della pressione fiscale e le crescenti difficoltà economiche delle famiglie. Pur trattandosi di un episodio mediatico, il caso riflette un malessere che appare più diffuso rispetto al passato.

La sfida del Cremlino

La Russia continua a disporre di una significativa capacità di resistenza sia sul piano economico sia su quello militare. Tuttavia, con il protrarsi del conflitto e l’aumento delle esigenze finanziarie dello Stato, la sfida per il Cremlino si sposta progressivamente dal semplice equilibrio dei conti pubblici alla tenuta del consenso sociale.

Se nei primi anni della guerra la stabilità economica aveva rappresentato uno dei principali elementi di legittimazione del potere, oggi inflazione, pressione fiscale, carenza di lavoratori e rallentamento della crescita rischiano di mettere alla prova quel patto implicito tra governo e popolazione. La sostenibilità dell’economia russa, quindi, dipenderà non solo dalla capacità di finanziare il conflitto, ma anche da quella di preservare il livello di fiducia dei cittadini in una fase sempre più complessa.