L’amministrazione americana estende di 10 giorni la sospensione degli attacchi ai siti energetici iraniani mentre i negoziati indiretti via Pakistan proseguono. Il piano in 15 punti resta sul tavolo, ma Teheran non lo ha ancora accettato. Le Borse europee aprono in rosso.
Ventottesimo giorno di guerra e, per la prima volta dall’inizio del conflitto, si intravede qualcosa che assomiglia a una finestra diplomatica. Donald Trump ha annunciato l’estensione di altri 10 giorni dello stop agli attacchi ai siti energetici iraniani, fissando la nuova scadenza al 6 aprile. La sospensione era già stata dichiarata il 23 marzo — dopo quelli che il presidente americano aveva definito “colloqui molto positivi e produttivi” — e ora viene prolungata con una precisazione polemica: i negoziati “stanno procedendo molto bene”, nonostante le “dichiarazioni errate diffuse dai media che diffondono notizie false”.
Una mossa che porta però con sé una contraddizione difficile da ignorare: mentre Trump apre alla diplomazia, il Pentagono sta ordinando il dispiegamento di migliaia di soldati aggiuntivi in Medio Oriente, potenzialmente impiegabili in operazioni di terra in Iran. Un’escalation militare e un cessate il fuoco parziale che procedono in parallelo — il classico stile negoziale del presidente americano, fatto di pressione e dialogo simultanei.
I colloqui via Pakistan e il piano in 15 punti
Il canale diplomatico attivo passa per Islamabad. Il Pakistan ha fatto da tramite nella trasmissione del cosiddetto “Piano in 15 punti” — il documento americano che prevedeva lo smantellamento totale del programma nucleare iraniano, la rinuncia formale alla bomba atomica, lo stop all’arricchimento dell’uranio e, punto centrale sul piano economico globale, la riapertura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale.
Teheran ha già rispedito il piano al mittente — almeno ufficialmente. L’élite iraniana nei giorni scorsi aveva anche negato l’esistenza stessa di trattative con Washington, smentendo direttamente le parole di Trump. Ma il prolungamento della sospensione e la conferma pakistana dei colloqui indiretti suggeriscono che qualcosa, sotto traccia, si stia muovendo.
Trump oscilla tra apertura e forza
È l’ennesimo cambio di rotta di un presidente che ha fatto dell’imprevedibilità uno strumento negoziale. In meno di una settimana, Trump ha dichiarato colloqui “produttivi”, visto Teheran smentirlo, ordinato il dispiegamento di nuove truppe, prolungato la tregua parziale e attaccato i media per aver messo in dubbio la sua narrativa. Un approccio che disorientra alleati e avversari in egual misura, ma che — almeno per ora — ha evitato un’escalation totale alla fine della quarta settimana di conflitto.
Come reagiscono i mercati
L’annuncio del prolungamento dello stop è arrivato a mercati europei e americani chiusi. Le Borse asiatiche hanno aperto in calo ma hanno recuperato nel corso della giornata: il Topix giapponese ha guadagnato lo 0,4%, il Nikkei è rimasto stabile, l’Hang Seng di Hong Kong è salito dello 0,8%.
Più pesante l’apertura europea. I principali indici del Vecchio Continente hanno avuto una mattinata in rosso: il Ftse Mib perde l’1,5%, trascinato da Enel ed Eni che cedono quasi il 2%; il Dax tedesco segna anch’esso -1,5%; il Cac francese perde l’1%; l’Aex olandese cede l’1,4%.
Un segnale che i mercati, pur registrando la pausa nei bombardamenti, restano in allerta: finché lo Stretto di Hormuz non riapre e la struttura del conflitto non cambia, l’incertezza energetica continua a pesare.
