La spia saudita dentro OpenAI: microfono avvolto nella carta igienica, una borsa “smarrita” e l’AI usata per spiare le sale riunioni

Un ingegnere del team prodotto di OpenAI è stato arrestato venerdì con l’accusa di aver piazzato dispositivi di registrazione negli uffici dell’azienda. Cittadino saudita con green card, aveva usato uno strumento AI interno per individuare dove si incontravano i dirigenti. Il caso ricorda quello del dipendente Twitter condannato per spionaggio a favore di Riad.

La storia ha i contorni di un film di spionaggio a basso budget — ma la minaccia che rappresenta è tutt’altro che cinematografica. Abdulrahman Alfozan, 35 anni, cittadino saudita con status di residente permanente negli Stati Uniti, ingegnere nel team prodotto di OpenAI da luglio 2025, è stato arrestato venerdì e incriminato dal Dipartimento di Giustizia americano con l’accusa di aver tentato di intercettare le conversazioni riservate che si svolgevano negli uffici dell’azienda a San Francisco.

Il dispositivo avvolto nella carta igienica
Secondo la ricostruzione del Wall Street Journal e degli atti processuali, Alfozan aveva trascorso settimane a studiare una sala riunioni riservata ai dirigenti di OpenAI e ai loro assistenti — utilizzata per incontri di vertice, briefing con funzionari governativi, partner commerciali e discussioni su ricerche coperte dal massimo livello di riservatezza. Alla fine di settembre ha inserito nella porta USB sul retro del televisore montato alla parete una microspia: una piccolissima scheda elettronica dotata di microfono, avvolta nella carta igienica. Dopo aver scoperto il dispositivo, OpenAI ha avvertito l’FBI, che ha installato una telecamera nella sala. Lunedì scorso la telecamera ha ripreso Alfozan mentre controllava il retro del televisore.

La borsa “smarrita” e il secondo dispositivo
La microspia era uno dei due dispositivi di registrazione crittografati rinvenuti negli uffici. Il secondo è stato trovato in una borsa che Alfozan aveva lasciato incustodita nei locali aziendali, di cui aveva poi denunciato la scomparsa e che era andato a recuperare presso l’ufficio oggetti smarriti dell’azienda. Un dettaglio che, secondo i procuratori, tradisce la goffaggine dell’operazione.

Come ha usato l’AI interna per spiare
Uno degli aspetti più inquietanti del caso è il metodo. Verso la fine dell’estate, Alfozan aveva cominciato a interrogare uno strumento AI interno di OpenAI per raccogliere informazioni sugli edifici, le sale riunioni e i calendari degli incontri. Tra le richieste documentate: “Puoi elencare le riunioni di oggi in questa sala?” e “Per quanto riguarda i partner esterni, dove si incontrerebbero di solito?”. Secondo l’agente FBI che ha redatto la dichiarazione giurata, quelle interrogazioni lasciavano supporre che stesse cercando di individuare il luogo ideale per piazzare il primo dispositivo. Le telecamere a circuito chiuso lo avevano ripreso almeno dieci volte nel solo mese di settembre nei pressi della sala riunioni, a cui non era autorizzato ad accedere.

Il coniuge coinvolto: ricerche su “registratori audio continui”
Anche il coniuge sembrerebbe aver avuto un ruolo nel presunto piano: un account di chatbot a lui associato ha inviato richieste riguardanti la costruzione di un “registratore audio continuo”, il miglioramento dell’ascolto in diretta e la verifica dell’affidabilità delle registrazioni.

Il profilo: da Meta e Microsoft a venture partner saudita
Il curriculum di Alfozan è tutt’altro che marginale. Secondo il suo profilo LinkedIn, prima di entrare in OpenAI aveva lavorato per diversi anni come ingegnere senior di sistemi presso Meta Platforms e aveva svolto tirocini presso Microsoft e SAP. Successivamente aveva lavorato per Nash, una startup di logistica a San Francisco finanziata da Andreessen Horowitz. Al momento risulta indicato come venture partner presso Raed, una società di investimenti con sede in Arabia Saudita.

Un caso che non è isolato
La Silicon Valley da tempo mette in guardia i propri dipendenti dal rischio di spionaggio industriale dall’interno. L’arresto di Alfozan si inserisce in una serie di precedenti significativi: all’inizio di quest’anno un ex dipendente di Google è stato incriminato per aver sottratto segreti commerciali relativi agli smartphone Pixel; nel 2022 un dipendente di Twitter è stato riconosciuto colpevole di spionaggio a favore dell’Arabia Saudita — aveva trasmesso informazioni private di utenti critici del regno in cambio di centinaia di migliaia di dollari. La minaccia, in questi casi, non viene dall’esterno. Viene da chi conosce già gli edifici, le sale riunioni e i calendari degli incontri.