La generazione che avrebbe dovuto amare l’AI ora la respinge
Immagina una ragazza di 16 anni nel 2026. L’insegnante assegna una ricerca da realizzare con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Lei però decide di non aprire ChatGPT e nemmeno Google. La motivazione è semplice: “Non voglio che l’AI pensi al posto mio. È questo che ci rende umani”.
Non si tratta di un caso isolato. Sempre più adolescenti e giovani adulti stanno mostrando diffidenza verso l’intelligenza artificiale, in quello che appare come un ribaltamento storico rispetto alle precedenti rivoluzioni tecnologiche.
Secondo un sondaggio Gallup pubblicato insieme alla GSV Family Foundation, l’entusiasmo della Gen Z verso l’AI è sceso di 14 punti percentuali rispetto al 2025, fermandosi al 22%, mentre la quota di giovani che prova rabbia o ostilità verso questa tecnologia è salita al 31%.
Anche altri studi confermano la tendenza. Una ricerca Numerator del 2026, condotta su oltre 5.000 consumatori, mostra che il 57% dei giovani della Gen Z che non utilizza l’AI non intende adottarla in futuro, contro appena il 32% dei baby boomer.
Per la prima volta, dunque, i più giovani sembrano più diffidenti verso una nuova tecnologia rispetto alle generazioni più anziane.
Un’inversione storica rispetto ai social e agli smartphone
Negli ultimi decenni gli adolescenti hanno sempre guidato le grandi trasformazioni digitali. È successo con i videogiochi, con internet, con i social media e con gli smartphone.
L’intelligenza artificiale segue invece un percorso completamente diverso.
A promuoverla per primi sono stati amministratori delegati, politici, grandi aziende tecnologiche e governi. Molti giovani hanno percepito questa corsa all’AI come qualcosa imposto dall’alto, più che una scoperta spontanea della propria generazione.
Per una parte della Gen Z, l’AI è diventata così il simbolo del mondo degli adulti: delle Big Tech, delle grandi aziende e delle logiche produttive che dominano il lavoro e l’economia.
L’AI percepita come obbligo e non come libertà
Uno degli elementi che distingue l’intelligenza artificiale dalle precedenti innovazioni è il modo in cui è stata introdotta nella vita quotidiana.
Videogiochi, social network e internet erano vissuti come spazi liberi, spesso lontani dal controllo degli adulti. L’AI, invece, è arrivata attraverso regole, linee guida e imposizioni.
Le scuole hanno iniziato a introdurre corsi dedicati all’AI e regolamenti sul suo utilizzo nei compiti. Secondo Gallup, quasi tre quarti degli studenti K-12 statunitensi dichiarano che il proprio istituto ha adottato regole specifiche sull’uso dell’intelligenza artificiale.
Anche il mondo del lavoro ha accelerato rapidamente, chiedendo competenze AI già durante il percorso scolastico o universitario.
Per molti giovani tutto questo ha generato una reazione opposta rispetto a quella attesa. Invece di vedere l’AI come una scoperta creativa, l’hanno percepita come un obbligo imposto da adulti e aziende.
Autenticità contro contenuti artificiali
C’è poi un fattore culturale ancora più profondo.
La Gen Z è cresciuta in un’epoca in cui autenticità e benessere mentale sono diventati valori centrali. Il ritorno dei vinili, della fotografia analogica, dei dumbphone e delle estetiche senza filtri rappresenta il tentativo di prendere le distanze da anni dominati dagli algoritmi e dalla vita digitale.
Secondo un report Deloitte del 2025, le priorità principali della Gen Z sono oggi il benessere psicologico e le relazioni autentiche.
Ed è proprio su questo terreno che l’intelligenza artificiale entra in conflitto con i giovani.
L’AI scrive testi, crea immagini, imita voci e automatizza relazioni. Molti ragazzi non la vedono semplicemente come uno strumento tecnologico, ma come qualcosa che rischia di sostituire creatività, pensiero critico e interazioni umane.
Tra le critiche più frequenti emerse nei sondaggi e nelle interviste compaiono sempre gli stessi temi:
- l’AI rende le persone più pigre;
- svaluta arte e creatività;
- produce contenuti percepiti come “finti”;
- aumenta i rischi ambientali e il consumo energetico;
- sostituisce il pensiero umano.
Secondo Gallup, quasi il 48% dei giovani della Gen Z ritiene ormai che i rischi dell’intelligenza artificiale sul lavoro siano superiori ai benefici.
La lezione imparata dai social media
La diffidenza verso l’AI nasce anche dall’esperienza vissuta con i social network.
La Gen Z è infatti la prima generazione cresciuta completamente immersa nei social media e anche la prima ad aver sperimentato direttamente le conseguenze negative di quell’ecosistema: dipendenza digitale, ansia, polarizzazione e problemi legati alla salute mentale.
Oggi molti giovani stanno cercando di ridurre il tempo online. Secondo Deloitte, quasi un terzo della Gen Z ha cancellato almeno un social network nell’ultimo anno, mentre cresce rapidamente anche il mercato dei dumbphone tra gli under 30.
Questa esperienza ha reso i giovani molto più prudenti rispetto alle promesse delle nuove tecnologie.
Per una generazione che sente di aver già pagato il prezzo dell’espansione incontrollata dei social media, l’AI viene osservata con maggiore sospetto.
Lo scetticismo cresce anche nella scuola e nel lavoro
La diffidenza verso l’intelligenza artificiale emerge chiaramente anche nel mondo educativo e professionale.
Secondo Gallup, otto studenti Gen Z su dieci ritengono che l’uso massiccio dell’AI possa complicare la loro esperienza educativa futura.
Nel lavoro, invece, meno del 30% dei giovani lavoratori dichiara di fidarsi pienamente delle attività svolte con il supporto dell’intelligenza artificiale.
La fiducia cala ulteriormente quando il lavoro viene realizzato interamente da sistemi automatici.
Molti giovani temono infatti che l’AI possa ridurre il valore delle competenze umane, della creatività individuale e persino della formazione scolastica.
Una rivoluzione tecnologica che i giovani potrebbero rifiutare
La reazione della Gen Z rappresenta una sfida inaspettata per le grandi aziende tecnologiche e per i governi che descrivono l’intelligenza artificiale come una rivoluzione inevitabile.
Per decenni ogni nuova tecnologia è stata adottata prima dai giovani e poi dal resto della società. Con l’AI potrebbe accadere il contrario.
Se una parte consistente della nuova generazione continuerà a percepire l’intelligenza artificiale come poco autentica, poco etica e poco affidabile, la resistenza culturale potrebbe diventare uno degli ostacoli più importanti alla diffusione dell’AI.
E forse il vero punto è proprio questo: per molti ragazzi il progresso tecnologico non coincide automaticamente con un miglioramento della vita.
Se una tecnologia sembra togliere autenticità, creatività e libertà invece di aumentarle, allora per una parte della Gen Z non è progresso. È semplicemente qualcosa da rifiutare.
