ROMA — «Trattiamo l’intelligenza artificiale come fosse magia, ma non lo è». Parte da qui l’appello lanciato da quaranta accademici italiani che, con una lettera aperta, chiedono di riportare il dibattito sull’AI «su basi chiare e realistiche», contro narrazioni salvifiche, antropomorfismi e semplificazioni mediatiche.
L’iniziativa è promossa da Walter Quattrociocchi della Sapienza Università di Roma e da Enrico Nardelli dell’Università di Roma Tor Vergata. Tra i firmatari figurano filosofi, neuroscienziati e studiosi di informatica.
La polemica sull’AI “umanizzata”
A riaccendere il confronto è stata anche una recente intervista di Walter Veltroni a Claude pubblicata dal Corriere della Sera, episodio che ha riportato al centro il tema dell’alfabetizzazione tecnologica e del rischio di attribuire ai sistemi AI capacità umane che non possiedono.
Secondo i professori, il problema nasce da una narrazione che tende a confondere fluidità linguistica e comprensione reale. I modelli generativi — spiegano — producono risposte convincenti grazie a enormi quantità di dati e a sofisticati calcoli statistici, non perché “pensino” o “capiscano” nel senso umano del termine.
“L’AI non comprende il mondo”
Nella lettera gli studiosi chiariscono alcuni punti essenziali.
L’Intelligenza artificiale nasce con l’obiettivo di simulare alcune funzioni cognitive umane, ma gli attuali sistemi generativi sono soprattutto modelli matematico-statistici addestrati a prevedere parole, immagini o risposte plausibili.
Quando sembrano ragionare, spiegano i firmatari, combinano schemi appresi dai dati. Quando sembrano sapere qualcosa, restituiscono l’output statisticamente più coerente con il contesto. Non hanno esperienza diretta del mondo né strumenti autonomi per verificare la veridicità di ciò che producono.
Il nodo delle “allucinazioni”
I sistemi funzionano bene in contesti simili ai dati su cui sono stati addestrati, ma diventano fragili quando affrontano temi nuovi, controversi o in rapido cambiamento. In questi casi possono generare risposte fluenti ma false.
Ed è qui che emerge il rischio più grande: confondere la coerenza linguistica con l’affidabilità delle informazioni.
Il tema dell’AGI
Gli accademici affrontano anche il dibattito sull’Artificial General Intelligence, la cosiddetta AGI, spesso descritta come una forma di intelligenza artificiale capace di ragionare come un essere umano.
Secondo la lettera, gli attuali sistemi sono molto lontani da questo traguardo. L’aumento della potenza di calcolo e dei dati migliora le prestazioni, ma non modifica il meccanismo di fondo, che resta basato su previsioni statistiche.
“Serve alfabetizzazione”
Per i firmatari, la priorità non è fermare l’AI ma comprendere come funziona. La vera sfida è formare cittadini, studenti e professionisti a usarla in modo consapevole.
“La vera priorità — scrivono — è formare le persone a comprendere queste tecnologie, i loro limiti e le loro potenzialità”.
Un appello rivolto non solo agli informatici ma a tutto il mondo accademico, affinché contribuisca a costruire una cultura critica dell’intelligenza artificiale in una fase in cui il dibattito pubblico oscilla spesso tra entusiasmo incontrollato e paure apocalittiche.
