AI traina l’economia Usa: “Fermarla sarebbe bloccare il PIL”, dice Sacks l’ex consigliere di Trump

WASHINGTON — Fermare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale equivarrebbe a frenare l’intera economia americana. È la tesi, netta, di David Sacks, già consigliere per AI e criptovalute dell’amministrazione di Donald Trump. Un giudizio che fotografa una trasformazione profonda: negli Stati Uniti la crescita economica è sempre più legata al boom tecnologico.

Trump ha parlato di una nuova “età dell’oro” per l’economia americana. I mercati sono ai massimi e il Pil continua a espandersi. Ma, secondo Sacks, il motore reale non è più la domanda interna tradizionale: è l’intelligenza artificiale.

“L’AI può non piacere nei sondaggi, ma la crescita sì — ha spiegato —. Fermarla significherebbe bloccare l’economia”.

Il peso dell’AI sul Pil

Secondo le stime citate dall’investitore, nel primo trimestre l’intelligenza artificiale avrebbe contribuito fino al 75% della crescita del Pil. Un dato che, pur difficile da isolare con precisione, indica una tendenza chiara: gli investimenti delle imprese, sempre più concentrati su software, hardware e ricerca, stanno sostituendo i consumi come principale motore dello sviluppo.

I dati del Bureau of Economic Analysis confermano il cambio di paradigma: la spesa dei consumatori rappresenta ancora il 68,1% del Pil, ma il suo contributo alla crescita è in calo. A trainare sono invece gli investimenti aziendali, in larga parte legati all’innovazione tecnologica.

Nel complesso, le voci collegate all’elaborazione delle informazioni — tra computer, software e ricerca — hanno inciso per oltre tre quarti dell’incremento economico recente.

Una crescita sempre più “tecnologica”

La traiettoria seguita dall’economia americana riflette la strategia promossa dallo stesso Sacks durante il suo incarico: deregulation e accelerazione degli investimenti per rafforzare la leadership tecnologica degli Stati Uniti.

Una visione condivisa da parte del mondo imprenditoriale, ma non priva di contrasti all’interno dell’amministrazione. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha più volte indicato nella manifattura e nell’occupazione diffusa i pilastri della crescita futura.

I numeri, però, raccontano un’altra storia: la produzione industriale è cresciuta, ma l’occupazione nel settore è diminuita, con circa 110mila posti persi nell’ultimo anno.

Il paradosso della “crescita senza lavoro”

Il rallentamento del mercato del lavoro è uno degli elementi più critici. Nel 2025 sono stati creati appena 156mila nuovi posti, un livello tra i più bassi degli ultimi decenni. Senza il contributo del settore sanitario, il saldo sarebbe stato negativo.

Eppure, nonostante consumi più deboli, l’economia continua a crescere. Un fenomeno che Goldman Sachs ha definito “crescita senza occupazione”: l’AI aumenta produttività e investimenti, ma non si traduce in un’espansione equivalente dell’occupazione.

Data center e limiti dell’impatto occupazionale

L’unico ambito in cui si registra un aumento significativo dei posti di lavoro è quello delle infrastrutture tecnologiche. Secondo l’American Edge Project, negli Stati Uniti sono stati annunciati o costruiti circa 2.800 data center, con milioni di posti temporanei e centinaia di migliaia di occupati permanenti.

Tuttavia, studi della Brookings Institution evidenziano come l’impatto occupazionale si riduca drasticamente una volta completate le infrastrutture, lasciando pochi impieghi stabili.

Un’economia a una sola corsia

Il quadro che emerge è quello di una crescita sempre più concentrata su un unico driver. Trump continua a parlare di un’economia diversificata e robusta, ma i dati indicano una dipendenza crescente dall’intelligenza artificiale.

Una traiettoria che offre opportunità, ma anche rischi: se l’AI rallentasse, o se gli investimenti venissero frenati, l’intero sistema economico potrebbe risentirne. Un equilibrio delicato, in cui innovazione e sostenibilità restano le variabili decisive.