Dazi di Trump, il conto lo pagano gli americani: i costi trasferiti ai consumatori alimentano l’inflazione

Chi paga davvero i dazi voluti da Donald Trump? Il dibattito continua tra politica, imprese e famiglie americane, ma a oltre un anno dall’introduzione del nuovo regime tariffario emergono dati sempre più chiari: il peso maggiore ricade sui consumatori statunitensi.

Dopo una fase iniziale in cui le aziende hanno tentato di assorbire parte dei costi, i rincari si stanno progressivamente trasferendo sui prezzi finali. A sostenerlo è uno studio pubblicato dalla Federal Reserve Bank of Dallas, secondo cui i dazi stanno ormai producendo un “trasferimento completo” verso l’inflazione percepita dai cittadini.

In pratica, le imprese non riescono più a sostenere autonomamente il costo delle tariffe doganali e finiscono per scaricarlo sui consumatori attraverso aumenti dei prezzi di beni e servizi.

Inflazione più alta per effetto dei dazi

Secondo i ricercatori della Fed di Dallas, i dazi hanno già inciso in modo significativo sull’inflazione americana, soprattutto su quella di fondo, che esclude alimentari ed energia.

A marzo l’inflazione core su base annua ha raggiunto il 3,2%, il livello più elevato dal 2023. Gli economisti attribuiscono gran parte dell’aumento proprio all’impatto delle tariffe commerciali.

Lo studio stima che, senza i dazi, l’inflazione di base sarebbe stata inferiore di 0,8 punti percentuali, attestandosi intorno al 2,3%.

Le aziende non riescono più ad assorbire i costi

Il rapporto della Fed introduce un elemento considerato particolarmente rilevante: invece di basarsi sulle aliquote annunciate dalla Casa Bianca, i ricercatori hanno analizzato le cosiddette “aliquote realizzate”, cioè i dazi effettivamente riscossi sulle importazioni.

Le precedenti analisi si fondavano soprattutto sugli annunci politici dell’amministrazione Trump, mentre il nuovo studio misura il reale impatto economico già visibile lungo la filiera.

Le aziende, inizialmente, avevano tentato diverse strategie per limitare l’impatto dei dazi: ritardare gli aumenti di prezzo, cambiare fornitori o riorganizzare le catene di approvvigionamento. Ma secondo la Fed questi margini si stanno esaurendo.

Alla fine del 2025, le aliquote tariffarie effettive erano pari al 9,4%, il livello più alto registrato negli ultimi decenni.

Consumatori e imprese coprono quasi il 90% dei costi

Le conclusioni della Fed di Dallas rafforzano altre ricerche pubblicate negli ultimi mesi.

Un’analisi della Federal Reserve Bank of New York aveva già stimato che consumatori e aziende statunitensi sostengono circa il 90% dei costi legati ai dazi.

Secondo un rapporto della Tax Foundation, le tariffe introdotte nel 2025 equivalgono a un aumento medio delle tasse di circa 1.000 dollari per famiglia americana. Anche in caso di riduzione parziale del regime tariffario nel 2026, il costo aggiuntivo resterebbe attorno ai 700 dollari per nucleo familiare.

I rincari arrivano sugli scaffali con mesi di ritardo

L’effetto dei dazi sui prezzi al consumo non è immediato. Una ricerca separata della Federal Reserve, pubblicata il mese scorso, ha calcolato che servono in media sette mesi prima che il rincaro venga completamente trasferito sui clienti finali.

Le aziende, spiegano gli economisti, tendono infatti a mantenere margini di profitto relativamente stabili anche durante i cambiamenti delle politiche commerciali.

La conseguenza è diretta: ogni dollaro aggiuntivo pagato da un’impresa per importare un prodotto finisce, prima o poi, nel prezzo finale pagato dal consumatore.

“Se i costi di acquisizione di un bene aumentano di un dollaro a causa dei dazi, sette mesi dopo quel bene verrà venduto a un dollaro in più”, scrivono gli autori dello studio.

Il nodo politico dei dazi resta centrale

Le conclusioni degli studi rischiano di riaccendere il dibattito politico negli Stati Uniti sulle politiche commerciali protezionistiche.

Trump ha più volte sostenuto che i dazi avrebbero colpito soprattutto i partner commerciali stranieri, rafforzando l’industria americana. Ma i dati raccolti dalle diverse sedi della Federal Reserve indicano uno scenario diverso: a sostenere il peso maggiore della strategia tariffaria sono soprattutto famiglie e consumatori statunitensi.

E con l’inflazione ancora elevata, il tema rischia di diventare uno dei principali fronti economici e politici dei prossimi mesi.