Gli esperti smontano tutte le opzioni sul tavolo: il disimpegno Usa sarebbe una débâcle storica, l’invasione di terra è enormemente costosa, lo status quo porta alla recessione. La benzina supera i 4 dollari negli Stati Uniti. Cina e Pakistan propongono una pace in cinque punti.
Donald Trump vuole andarsene dall’Iran “entro due o tre settimane”. Lo ha detto il 31 marzo, poche ore dopo aver intimato agli alleati di “andare a procurarsi il petrolio da soli”. Ma lo Stretto di Hormuz — il corridoio da cui passa il 20% del petrolio, del gas naturale liquefatto e dei prodotti petrolchimici mondiali — non è un posto da cui ci si ritira con una battuta su Truth Social. Gli esperti concordano su un punto scomodo: qualunque cosa Trump decida, i costi saranno enormi. La domanda non è se pagare un prezzo, ma quale.
Le tre opzioni, tutte cattive
Prima opzione: ritirarsi senza controllare lo stretto. È lo scenario che Bob McNally, ex consigliere energetico della Casa Bianca sotto George W. Bush e fondatore del Rapidan Energy Group, definisce senza esitazioni “catastrofico”. “Sarebbe difficile trovare un precedente o un parallelo per una sconfitta di tale portata”, ha dichiarato a Fortune. “Supererebbe persino la nostra sconfitta in Vietnam”. Un ritiro che lasciasse l’Iran padrone di Hormuz annullerebbe di fatto il Corollario Reagan alla Dottrina Carter — l’impegno americano, dal 1981, a garantire la stabilità interna del Medio Oriente e la sicurezza dell’Arabia Saudita — e aprirebbe la strada all’ingresso di Cina o Russia come potenze egemoni nella regione.
Seconda opzione: mantenere lo status quo. Il bombardamento continuato di obiettivi iraniani mentre Teheran impone pedaggi milionari al traffico navale — attualmente solo il 5% del traffico normale attraversa lo stretto — è una situazione che, secondo Jim Wicklund, analista petrolifero e CEO della società di investimenti energetici Pphb, porta dritta alla recessione. “Se questa situazione si protrae per altri due mesi, ci troveremo in una recessione globale. Non c’è via d’uscita”, ha dichiarato a Fortune.
Terza opzione: l’invasione di terra per prendere il controllo dello stretto. La più costosa in termini militari e politici, ma quella che McNally e Wicklund ritengono più probabile. “Credo sia probabile che assisteremo a un’intensificazione delle operazioni congiunte — aeree, marittime e terrestri — per indebolire la capacità dell’Iran di minacciare il traffico di Hormuz”, ha affermato McNally.
La benzina americana supera i 4 dollari. In Europa si inizia a razionare
Sul piano economico, i numeri raccontano già la direzione. Il 31 marzo il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti ha superato i 4 dollari al gallone — il livello più alto dal 2022 — con California, Oregon e Hawaii oltre i 5 dollari. Il petrolio Brent ha guadagnato oltre il 50% nel solo mese di marzo.
Le conseguenze si propagano a livello globale. In Asia le carenze di approvvigionamento si aggravano. In Europa cominciano a registrarsi carenze di carburante sparse. È ad aprile, avvertono gli analisti, che il crollo della domanda si intensificherà — con possibili effetti a cascata su manifattura, trasporti e inflazione al consumo.
Anche una pace parziale offrirebbe solo sollievo temporaneo. Se lo stretto riaprisse al 50% del traffico normale, il petrolio rimarrebbe abbondantemente sopra i 100 dollari al barile — con uno scenario di “inflazione molto elevata” per il mondo intero, secondo Claudio Galimberti, economista capo di Rystad Energy. Persino una riapertura quasi totale, con un sistema di pedaggi iraniani da 2 milioni di dollari a nave, manterrebbe i prezzi ben al di sopra dei livelli pre-guerra. “Il mondo intero non tollererà un pedaggio a lungo termine”, ha osservato Wicklund.
La pace precaria: Cina e Pakistan con un piano in cinque punti
Sul fronte diplomatico, il 31 marzo Cina e Pakistan hanno presentato congiuntamente un’iniziativa di pace in cinque punti, che include l’appello a “ripristinare il normale transito attraverso lo stretto il prima possibile”. Un segnale che Pechino — finora osservatore interessato — stia assumendo un ruolo più attivo nella gestione della crisi.
Galimberti ritiene che “una pace precaria” sia l’esito più probabile nelle prossime settimane. “Sarebbe un cessate il fuoco molto fragile. È molto instabile”, ha dichiarato. Un accordo che non risolve la questione di fondo — chi controlla Hormuz — ma che potrebbe fermare l’emorragia economica globale nell’immediato.
Il precedente che nessuno vuole toccare
Sullo sfondo, la posta geopolitica più alta. Un disimpegno americano che lasciasse l’Iran in posizione dominante sullo stretto contraddirebbe cinquant’anni di dottrina americana in Medio Oriente. “I Paesi arabi del Golfo e Israele non accetterebbero il dominio a lungo termine dell’Iran su Hormuz”, ha avvertito McNally. “Un altro conflitto sarebbe solo questione di tempo. E si tratterebbe di un conflitto in cui gli Stati Uniti verrebbero probabilmente trascinati di nuovo.”
La conclusione, per quanto scomoda, è lineare: Trump può annunciare che “se ne va” tutte le volte che vuole. Ma lo Stretto di Hormuz non si chiude con un post su Truth Social — e riaprirlo potrebbe richiedere molto più di due o tre settimane.
