Il rincaro energetico scatenato dal conflitto riapre il dibattito sul sistema europeo di scambio delle quote di CO2. Italia e altri Paesi spingono per una riforma o una sospensione. Nord Europa, Francia e Spagna resistono. Von der Leyen cerca una mediazione da 30 miliardi.
La guerra in Iran ha messo sotto pressione non solo i mercati energetici, ma anche uno dei pilastri della politica climatica europea. Il sistema Ets — l’Emissions Trading System, il meccanismo con cui l’Unione Europea regola il prezzo delle emissioni di CO2 — è diventato il terreno di una nuova frattura interna tra i Paesi membri. Da un lato il blocco nordico, con Francia e Spagna, che lo difende come strumento insostituibile per la transizione verde. Dall’altro l’Italia e altri governi che, sotto la pressione del caro energia, spingono per una riforma — o direttamente per una sospensione.
Cos’è l’Ets e perché divide
Introdotto nel 2005 e progressivamente esteso a quasi tutti i comparti industriali, l’Ets funziona su un principio semplice: esiste un tetto massimo alle emissioni di gas serra, e chi vuole superarlo deve acquistare quote — una per ogni tonnellata di CO2 prodotta — vendute all’asta sul mercato europeo. Il valore di queste quote ha raggiunto nel tempo la soglia dei 100 euro per tonnellata, trasformandosi in un potente disincentivo economico per le aziende meno efficienti. L’obiettivo finale è azzerare le emissioni entro il 2040.
Per proteggere la competitività industriale europea ed evitare fughe di aziende verso Paesi privi di tassazione sulle emissioni, l’Ue ha finora garantito una quota di permessi gratuiti. L’intenzione era quella di eliminarli gradualmente entro il 2034, ma il contesto geopolitico — prima la guerra in Ucraina, ora quella in Iran — sta rimettendo tutto in discussione.
Il caso italiano: 18 miliardi, solo il 9% alla transizione verde
Il dibattito sull’Ets sarebbe già complesso in tempi normali. Ma a renderlo esplosivo ci pensa anche la gestione concreta delle risorse generate dal sistema, e il caso italiano è emblematico. Dal 2013 a oggi, le aste Ets hanno prodotto entrate per oltre 175 miliardi di euro a livello europeo — fondi che, almeno nelle intenzioni, avrebbero dovuto essere reinvestiti nella transizione ecologica.
In Italia, i conti raccontano un’altra storia. Nel 2025, a fronte di entrate pari a 2,7 miliardi di euro, il Tesoro ha destinato alla compensazione dei costi per le imprese energivore soltanto 600 milioni, trattenendo il resto nelle casse dello Stato. Guardando all’ultimo decennio, su circa 18 miliardi prodotti dalle aste italiane, appena il 9% è stato effettivamente impiegato in politiche ambientali. Il sistema, insomma, è diventato anche una fonte di gettito ordinario — il che rende ancora più difficile il confronto politico su una sua eventuale riforma.
La frattura europea e la mediazione di Von der Leyen
La presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen si trova ora a dover ricomporre una frattura che rischia di allargarsi. Sul tavolo starebbe prendendo forma la proposta di istituire un fondo di decarbonizzazione da 30 miliardi di euro, pensato per rispondere alle pressioni dei leader europei che chiedono di limitare l’impatto del prezzo della CO2 sulle bollette elettriche — senza però smantellare il sistema di incentivi alla riduzione delle emissioni che l’Ets rappresenta.
Una mediazione complicata, in un momento in cui conciliare rigore climatico ed emergenza economica è diventato il problema politico più difficile che l’Europa si trovi ad affrontare.
