Iran-Usa, il gioco delle parti sulla proposta di pace: Teheran valuta, smentisce, temporeggia

Mentre Washington avanza una proposta in 15 punti tramite il Pakistan, la Repubblica Islamica manda segnali contraddittori. L’Onu avverte: il conflitto è “fuori controllo”. Il Pentagono prepara il dispiegamento dell’élite dell’82ª Divisione Aviotrasportata nel Golfo.


Al ventiseiesimo giorno di guerra in Medio Oriente, il fronte diplomatico è un labirinto di dichiarazioni opposte, smentite a metà e silenzi calcolati. Da un lato, gli Stati Uniti spingono per un accordo strutturato in 15 punti, veicolato attraverso la mediazione pakistana. Dall’altro, Teheran risponde con una doppiezza studiata: pubblicamente sprezza, privatamente — forse — valuta.


Iran tra disprezzo pubblico e riflessione privata

La giornata si apre con le parole nette del portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, intervistato in esclusiva da India Today: nessun negoziato in corso con Washington, nessuna mediazione accettata. L’Iran, spiega, non può fidarsi della diplomazia americana dopo essere stato attaccato due volte durante precedenti trattative sul nucleare. Le forze armate sono concentrate sulla difesa del territorio nazionale, e gli attacchi militari statunitensi partono da basi nei Paesi del Golfo Persico.

Poche ore dopo, però, l’emittente di Stato Press TV cita un alto funzionario della sicurezza politica che conferma: la proposta americana è stata esaminata e respinta. L’Iran, si afferma, porrà fine alla guerra solo quando lo deciderà e alle proprie condizioni. La proposta statunitense viene definita “eccessiva”.

Eppure Reuters, nel pomeriggio, ribalterà ancora il quadro: secondo una fonte iraniana di alto livello, Teheran non ha ancora risposto formalmente al Pakistan, che ha consegnato il documento per conto di Washington. Il ritardo stesso, scrive l’agenzia, potrebbe essere un segnale. Almeno alcune figure ai vertici della Repubblica Islamica starebbero valutando la proposta, nonostante la retorica ufficiale.


Il Pentagono muove le sue pedine

Sul fronte militare, la situazione si aggrava. Il Pentagono si prepara a schierare circa 1.000 soldati dell’82ª Divisione Aviotrasportata — l’élite dell’esercito americano — nel Golfo nei prossimi giorni. Reuters riferisce che già il 18 marzo l’amministrazione Trump stava valutando opzioni che includono il dispiegamento di truppe all’interno del territorio iraniano: uno scenario che potrebbe cambiare radicalmente le proporzioni del conflitto, ormai alla sua quarta settimana.


Guterres: “Siamo andati troppo oltre”

Il segretario generale dell’Onu, António Guterres, non usa mezzi termini: la guerra è “fuori controllo”. Il conflitto ha superato limiti che persino i leader ritenevano impossibili. Il rischio, avverte, è quello di un’escalation ancora più ampia, di una crisi umanitaria in crescita e di uno shock economico globale dalle conseguenze imprevedibili.

Guterres lancia poi un monito preciso: “Il modello di Gaza non deve essere replicato in Libano”.


La diplomazia parallela: Turchia, Pakistan e la sede dei colloqui

Secondo le fonti sentite da Reuters e The Guardian, la Turchia sta lavorando in parallelo per trovare una soluzione. Ankara e Islamabad sono i due Paesi candidati a ospitare eventuali colloqui diretti tra Iran e Stati Uniti, qualora si arrivasse a trattare. La sede, per ora, non è stata ancora decisa.


L’Europa prende posizione. Sanchez: “No alla guerra”

In Europa, la Spagna alza la voce. Il premier Pedro Sánchez riferisce al Congresso dei Deputati e traccia una linea netta: no alla violazione del diritto internazionale, no alla guerra. “Rimanere in silenzio di fronte a una guerra ingiusta è un atto di codardia e di complicità”, afferma. E aggiunge che ogni bomba che cade in Medio Oriente “finisce per colpire i portafogli delle nostre famiglie”.

Sánchez definisce questo conflitto peggiore della guerra in Iraq: “Un disastro con un potenziale impatto molto più ampio e profondo”.


Italia, Tajani: “Se la guerra non finisce, rinnoviamo il taglio delle accise”

Sul fronte italiano, il ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani, parlando alla presentazione del Rapporto del Centro Studi Confindustria a Roma, non esclude misure di sostegno ai cittadini: “Se la guerra non finisse, saremmo costretti a rinnovare la riduzione delle accise su gasolio e benzina”. Tajani ribadisce anche la centralità del nucleare nella politica energetica italiana: “È l’obiettivo numero uno” per raggiungere l’autosufficienza energetica.