“China shock 2.0”, la nuova minaccia per l’economia globale: Pechino esporta troppo e il mondo non riesce più ad assorbire l’eccesso

Il surplus commerciale cinese ha raggiunto livelli record mentre Stati Uniti ed Europa alzano nuove barriere. Secondo Michael Froman, l’attuale modello di crescita di Pechino rischia di entrare in collisione con i limiti della domanda mondiale

Dopo aver alimentato per anni la crescita cinese, la macchina delle esportazioni di Pechino potrebbe trasformarsi in una delle principali fonti di instabilità per l’economia mondiale.

È l’allarme lanciato da Michael Froman, ex rappresentante degli Stati Uniti per il Commercio e presidente del Council on Foreign Relations, secondo cui la capacità dei mercati globali di assorbire l’enorme e crescente eccesso di capacità produttiva cinese si sta avvicinando a un punto di rottura.

In un’analisi pubblicata su Foreign Affairs, Froman sostiene che il problema non sia soltanto commerciale. L’eccesso di produzione cinese sta infatti alimentando una reazione sempre più forte negli Stati Uniti, in Europa e in altre economie, con il rischio di una nuova ondata di protezionismo e guerre commerciali.

Il surplus cinese cresce molto più dell’economia mondiale

I numeri aiutano a comprendere le dimensioni del fenomeno. Il Fondo monetario internazionale prevede una crescita dell’economia mondiale intorno al 3,1% quest’anno, mentre il surplus commerciale cinese è aumentato di oltre il 20% all’inizio del 2026.

Il dato arriva dopo un 2025 caratterizzato da un surplus commerciale cinese di circa 1.200 miliardi di dollari, il più elevato mai registrato. Le esportazioni sono cresciute a un ritmo nettamente superiore rispetto al commercio globale di beni.

Il risultato è un disequilibrio sempre più evidente: la Cina produce più beni di quanti il mercato interno riesca ad assorbire e deve quindi trovare sbocchi all’estero.

Ma quegli sbocchi stanno diventando progressivamente più difficili da raggiungere.

Dazi e barriere contro Pechino

La risposta internazionale è già iniziata.

Gli Stati Uniti hanno fatto della Cina uno dei principali bersagli della politica commerciale di Donald Trump, mentre anche l’Unione europea — tradizionalmente più favorevole al libero scambio — ha adottato o sta valutando nuove misure per proteggere alcuni settori industriali dalla concorrenza cinese.

Secondo Froman, l’accettazione politica di un modello nel quale la Cina conquista quote crescenti dei mercati mondiali mentre le industrie occidentali perdono capacità produttiva sta diminuendo rapidamente.

Il rischio è quindi quello di un circolo vizioso: più prodotti cinesi arrivano sui mercati esteri, maggiore diventa la pressione politica per introdurre dazi e barriere; più barriere vengono introdotte, più Pechino è costretta a cercare nuovi mercati.

Prezzi più bassi e sovrapproduzione

A rendere particolarmente aggressiva la concorrenza cinese contribuiscono diversi fattori. Secondo Froman, le imprese cinesi possono praticare prezzi fino al 30% inferiori rispetto a quelli dei concorrenti internazionali.

A questo si aggiungono sussidi statali, credito agevolato e politiche industriali che hanno favorito l’espansione della capacità produttiva in numerosi settori.

Il risultato è una concorrenza interna sempre più feroce e una vera e propria guerra dei prezzi. Una parte delle imprese industriali cinesi opera ormai con margini estremamente ridotti o in perdita, rendendo ancora più importante la ricerca di sbocchi sui mercati internazionali.

È qui che, secondo Froman, emerge la contraddizione fondamentale del modello cinese: la produzione non può fermarsi facilmente, ma la domanda mondiale non è abbastanza grande per assorbirla all’infinito.

Pechino prova a cambiare modello

Il governo cinese è consapevole del problema e da tempo sostiene la necessità di riequilibrare l’economia, aumentando il peso dei consumi interni e riducendo la dipendenza dalle esportazioni e dagli investimenti industriali.

Pechino ha inoltre iniziato a contrastare quella che viene definita “involution”, cioè una concorrenza esasperata che porta le aziende a produrre sempre di più e a vendere a prezzi sempre più bassi.

Secondo Froman, però, la trasformazione è tutt’altro che semplice. Il modello industriale ed esportatore non è soltanto una scelta economica: è diventato una componente centrale della strategia politica e di sviluppo della Cina.

Se gli altri Paesi dovessero chiudere progressivamente i propri mercati, Pechino potrebbe quindi trovarsi di fronte a una crisi di sovracapacità difficile da gestire.

Il rischio di una nuova crisi globale

Le conseguenze, secondo l’ex rappresentante commerciale americano, potrebbero andare ben oltre il settore manifatturiero.

Un brusco rallentamento delle esportazioni potrebbe mettere in difficoltà aziende già fragili, aumentare i fallimenti e aggravare i problemi del sistema finanziario cinese. Anche le banche statali potrebbero essere esposte a perdite sui prestiti concessi alle cosiddette “zombie firms”, imprese che sopravvivono grazie al sostegno finanziario pur non essendo economicamente redditizie.

A ciò si aggiungerebbero le difficoltà delle amministrazioni locali, già gravate da elevati livelli di debito e dipendenti dalle entrate legate all’attività economica.

Ma lo shock non rimarrebbe confinato alla Cina.

Il contraccolpo sui Paesi che vendono materie prime

Una frenata della produzione cinese avrebbe infatti conseguenze immediate sulla domanda di energia, materie prime e beni intermedi.

Le economie che dipendono dalla Cina come principale mercato di sbocco potrebbero subire un forte rallentamento. Un calo della domanda cinese di materie prime colpirebbe in particolare i Paesi emergenti ed esportatori di commodity.

Da qui il rischio di una crisi che si propaghi attraverso le catene globali del commercio.

Froman ritiene inoltre improbabile che Pechino possa assumere rapidamente il ruolo di stabilizzatore globale tradizionalmente svolto dagli Stati Uniti. Se lo shock dovesse partire dalla Cina, quindi, la gestione delle sue conseguenze potrebbe ricadere ancora una volta sulle istituzioni finanziarie internazionali a guida occidentale.

Il “China shock 2.0” arriva nei settori strategici

L’allarme non riguarda soltanto la quantità delle esportazioni, ma anche la loro natura.

Torsten Slok, capo economista di Apollo, ha parlato di un nuovo “China shock” osservando come Pechino stia conquistando quote sempre maggiori in settori che le economie avanzate consideravano tradizionalmente strategici.

Anche economisti della Federal Reserve hanno evidenziato un cambiamento strutturale: rispetto agli anni Duemila, quando il vantaggio cinese era concentrato soprattutto nei beni ad alta intensità di lavoro, il nuovo ciclo riguarda sempre più industrie ad alta intensità di capitale e tecnologia.

Auto elettriche, batterie, pannelli solari, acciaio, navi e numerosi altri comparti sono diventati così terreno di confronto diretto tra la Cina e le economie industrializzate.

La Cina produce già una quota enorme della capacità industriale mondiale

Secondo Brad Setser, ex funzionario del Tesoro americano, il fenomeno potrebbe avere conseguenze ancora più profonde.

Negli ultimi anni, osserva, le importazioni cinesi di beni manifatturieri sono aumentate molto lentamente, mentre le esportazioni hanno continuato a crescere a un ritmo decisamente superiore.

Il risultato è una Cina sempre meno dipendente dall’estero per gli input industriali e sempre più capace di rifornire il resto del mondo.

Secondo le sue stime, la capacità produttiva cinese nel settore automobilistico è ormai sufficiente a coprire una parte enorme della domanda mondiale. Pechino produce inoltre più della metà dell’acciaio globale e una quota dominante dell’offerta mondiale di alluminio e navi.

È questo il cuore del “China shock 2.0”: non si tratta più soltanto della Cina che esporta prodotti a basso costo, ma di una potenza industriale che sta conquistando posizioni sempre più importanti nelle tecnologie e nelle infrastrutture del futuro.

La nuova sfida per l’economia mondiale

Il paradosso è quindi evidente. La forza industriale cinese, che per decenni ha sostenuto la crescita globale, rischia ora di diventare una fonte di squilibrio.

Se i mercati occidentali reagiranno con nuove barriere, Pechino potrebbe trovarsi con una capacità produttiva sempre più difficile da utilizzare. Se invece l’ondata di esportazioni continuerà senza ostacoli, aumenterà la pressione sulle industrie degli altri Paesi.

In entrambi i casi, secondo Froman, il rischio è quello di una progressiva frammentazione del commercio internazionale.

Il vero interrogativo non è dunque soltanto quanto ancora la Cina riuscirà a esportare, ma quanto a lungo il resto del mondo sarà disposto e soprattutto sarà in grado di assorbire quella produzione.