Carne e pesce sempre più cari: gli italiani tagliano la spesa, uno su dieci è in povertà alimentare

Il caro prezzi cambia le abitudini a tavola. Il 31% delle famiglie riduce quantità e qualità degli alimenti acquistati. Nel Mezzogiorno l’insicurezza alimentare è più diffusa

Carne e pesce finiscono sempre meno spesso nel carrello degli italiani. L’aumento dei prezzi sta modificando non soltanto quanto si spende per la spesa, ma anche la qualità e la varietà degli alimenti che le famiglie riescono a portare in tavola. Quasi una famiglia italiana su tre, il 31%, dichiara infatti di aver ridotto quantità e qualità del cibo acquistato. E la povertà alimentare riguarda ormai il 9,3% della popolazione.

È quanto emerge dal paper “Guerre e Food Insecurity” del Centro Studi Divulga, che analizza l’impatto del carovita, delle tensioni geopolitiche e dell’aumento dei costi lungo la filiera agroalimentare sulle abitudini alimentari delle famiglie.

Una famiglia su tre riduce quantità e qualità della spesa

Il dato più significativo riguarda il 31% dei nuclei familiari italiani che ha ridotto la quantità o la qualità degli alimenti acquistati. L’aumento dei prezzi rende infatti più difficile mantenere le precedenti abitudini di consumo e spinge molte famiglie a modificare le proprie scelte.

Una delle conseguenze riguarda proprio gli alimenti più costosi. Una famiglia su dieci non riesce a permettersi un pasto con carne o pesce almeno ogni due giorni, un indicatore della crescente difficoltà di garantire una dieta sufficientemente varia.

Povertà alimentare, quasi un italiano su dieci

La situazione è ancora più critica tra le fasce economicamente più fragili. Secondo lo studio, la povertà alimentare interessa il 9,3% della popolazione italiana, percentuale che sale al 18,4% tra le persone con i redditi più bassi.

Nel 2025, inoltre, il 3,4% delle famiglie italiane non è riuscito a sostenere le spese alimentari in alcuni periodi dell’anno. La quota raggiunge il 4,1% tra le persone che vivono sole.

Numeri che mostrano come l’inflazione alimentare abbia effetti molto diversi a seconda della capacità di spesa: per i nuclei con minori disponibilità economiche, l’aumento dei prezzi può tradursi direttamente nella rinuncia a determinati prodotti o nella scelta di alimenti meno costosi.

Il Mezzogiorno più esposto

Il fenomeno presenta anche una forte dimensione territoriale. Nel Mezzogiorno, la quota di popolazione in condizioni di insicurezza alimentare moderata o grave arriva al 2,9%, contro l’1,8% registrato sia al Nord sia al Centro.

Un divario che riflette, tra gli altri fattori, le differenti condizioni economiche e la diversa capacità delle famiglie di assorbire gli aumenti dei prezzi dei beni essenziali.

Il problema, tuttavia, non è soltanto italiano. A livello europeo, circa l’8,5% delle persone non riesce a permettersi con regolarità un pasto contenente carne, pesce o un equivalente vegetariano. Tra le fasce a reddito più basso, la quota arriva a circa una persona su cinque.

Fertilizzanti, carburanti e guerre spingono i costi

A incidere sui prezzi finali è anche la crescita dei costi lungo l’intera filiera agroalimentare. Fertilizzanti, carburanti, energia e altri mezzi di produzione hanno registrato forti aumenti, anche in conseguenza delle tensioni geopolitiche e dei conflitti internazionali.

I maggiori costi sostenuti dalle imprese agricole si propagano quindi lungo la filiera, fino ad arrivare ai prezzi pagati dai consumatori.

Il risultato è una spesa alimentare sempre più difficile da sostenere per le famiglie più vulnerabili. Quando il budget non basta, le prime conseguenze possono essere la riduzione delle quantità, la scelta di prodotti meno costosi e la rinuncia agli alimenti considerati più cari, come carne e pesce.

Il tema, dunque, non riguarda più soltanto il costo della spesa: riguarda la possibilità stessa, per una parte crescente delle famiglie, di mantenere un’alimentazione varia e adeguata.