L’aumento delle tensioni militari nel Golfo Persico non basta, almeno per ora, a scatenare il panico sui mercati finanziari. I future di Wall Street hanno chiuso la serata di domenica in territorio negativo, mentre il petrolio è salito moderatamente dopo una nuova escalation tra Stati Uniti e Iran nello Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi strategici per il commercio mondiale di greggio.
Gli investitori continuano a monitorare l’evoluzione del conflitto, ma gli operatori sembrano ritenere che il rischio di un’interruzione prolungata delle forniture energetiche resti, al momento, contenuto.
Future di Wall Street in ribasso
In vista dell’apertura delle contrattazioni negli Stati Uniti, i principali future azionari hanno registrato lievi perdite:
- Dow Jones: -0,19% (circa 100 punti);
- S&P 500: -0,27%;
- Nasdaq: -0,48%.
Il calo riflette la prudenza degli investitori dopo il fine settimana caratterizzato dall’intensificarsi delle operazioni militari nel Golfo, senza però evidenziare un clima di forte avversione al rischio.
Petrolio in rialzo, ma senza impennate
Le quotazioni del greggio hanno reagito con aumenti moderati.
Il WTI è salito del 3,2%, attestandosi a 73,70 dollari al barile, mentre il Brent ha guadagnato la stessa percentuale, raggiungendo 78,45 dollari.
In controtendenza l’oro, tradizionale bene rifugio, che ha perso lo 0,7%, scendendo a 4.085 dollari l’oncia, segnale che gli investitori non stanno ancora scontando uno scenario di crisi sistemica.
Gli analisti: il mercato non teme un blocco dello Stretto di Hormuz
Secondo Bob McNally, fondatore di Rapidan Energy ed ex consigliere energetico della Casa Bianca, la reazione del mercato petrolifero dimostra una sostanziale fiducia nella tenuta delle forniture energetiche.
Intervistato dalla CNN, McNally ha spiegato che il mercato “ha ignorato questo rischio geopolitico per anni” e ha definito il rialzo del petrolio “piuttosto contenuto”.
Secondo l’analista, molti operatori ritengono che la fase più critica della crisi nello Stretto di Hormuz sia ormai alle spalle e osservano i primi segnali di normalizzazione sia del traffico marittimo sia della produzione petrolifera nella regione.
Anche il mercato azionario, ha aggiunto, continua a mostrare una certa indifferenza verso gli sviluppi del confronto con Teheran.
Nuovi attacchi degli Stati Uniti contro l’Iran
La calma relativa dei mercati arriva nonostante un’intensificazione delle operazioni militari.
Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha annunciato una nuova serie di attacchi contro obiettivi iraniani con l’obiettivo dichiarato di ridurre la capacità di Teheran di colpire le navi commerciali che attraversano liberamente lo Stretto di Hormuz.
Si tratta della quinta ondata di operazioni nell’ultima settimana e della terza nelle precedenti 24 ore, un’accelerazione che conferma il progressivo deterioramento della situazione nella regione.
L’offensiva è stata lanciata dopo che il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) aveva preso di mira una nave commerciale, costringendo le forze statunitensi a intercettare un missile e un drone iraniani.
Oltre 300 obiettivi colpiti in pochi giorni
Prima dell’ultima offensiva, gli Stati Uniti avevano già condotto numerosi attacchi contro infrastrutture militari iraniane.
Secondo il CENTCOM, nelle precedenti tre ondate erano stati colpiti oltre 300 obiettivi, tra cui:
- sistemi missilistici;
- basi per droni;
- capacità navali;
- depositi di munizioni;
- reti di comunicazione;
- postazioni di sorveglianza costiera.
Solo nella giornata di sabato sarebbero stati bombardati circa 140 obiettivi militari.
Lo Stretto di Hormuz resta il punto più delicato
Parallelamente agli attacchi contro il traffico commerciale, l’Iran ha lanciato missili verso diversi Paesi del Golfo, tra cui Bahrein, Kuwait, Qatar, Giordania e Oman.
Teheran sostiene che il memorandum d’intesa firmato con Washington il mese precedente le attribuisca il diritto di regolamentare il traffico marittimo nell’area e ha preso di mira alcune navi che non utilizzavano il corridoio indicato dalle autorità iraniane.
Gli Stati Uniti contestano questa interpretazione e continuano a rivendicare la piena libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, dove hanno istituito un corridoio alternativo lungo le acque dell’Oman.
Dall’inizio di maggio, secondo i dati forniti dal CENTCOM, le forze statunitensi hanno garantito il passaggio di oltre 800 navi commerciali, consentendo il transito di circa 400 milioni di barili di petrolio greggio.
Crescono i timori di una guerra navale
Il confronto tra Washington e Teheran continua ad alimentare i timori di un’escalation.
Secondo Sal Mercogliano, professore della Campbell University ed esperto di storia navale, gli ultimi sviluppi dimostrano che il presunto cessate il fuoco nella regione avrebbe ormai perso qualsiasi efficacia.
In un’analisi pubblicata su YouTube, l’esperto ha definito la tregua una semplice “facciata”, avvertendo che il rischio di una guerra navale non dichiarata è sempre più concreto e potrebbe facilmente degenerare in un conflitto di più ampia portata.
I mercati restano focalizzati sul petrolio
Per il momento, la reazione degli investitori suggerisce che il mercato ritiene improbabile un blocco duraturo dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita una quota significativa delle esportazioni mondiali di petrolio.
Tuttavia, ogni ulteriore escalation militare potrebbe modificare rapidamente lo scenario, con possibili ripercussioni sulle quotazioni del greggio, sull’inflazione globale e sull’andamento dei mercati finanziari.
