Davos è sempre Davos. Ma non è più lo stesso.

I jet privati sull’altopiano alpino, le delegazioni blindate, i ceo che si muovono tra panel pubblici e incontri riservati, i padiglioni aziendali trasformati in ambasciate temporanee del capitalismo globale: l’estetica del World Economic Forum resta immutata. Ma dietro la scenografia, quest’anno, qualcosa è cambiato in modo profondo.

Il tema scelto – “A spirit of dialogue” – suona quasi ironico se confrontato con il protagonista assoluto di questa edizione: Donald Trump. Il presidente americano, tornato a Davos alla guida della più grande delegazione statunitense di sempre, incarna un’idea di dialogo che assomiglia più a un monologo. La sua presenza non è solo ingombrante: è il segno plastico di un cambio di paradigma. Il forum nato per celebrare cooperazione, multilateralismo e regole condivise si ritrova ad accogliere il leader che più di ogni altro ha contribuito a smontarle.

Trump arriva sulle Alpi mentre minaccia nuovi dazi contro gli alleati europei, rivendica l’annessione della Groenlandia, tratta l’America Latina come un cortile di casa e mette sotto pressione persino l’indipendenza della Federal Reserve. Più che dialogare, parla al mondo. Non con il mondo. Davos, per decenni simbolo dell’illusione ordinata della globalizzazione, diventa così il palcoscenico di una nuova fase: quella in cui il potere non cerca più consenso, ma accetta apertamente il conflitto.

Non è un caso che, accanto a Trump, i veri protagonisti siano le fratture. Il forum registra numeri record – circa 3.000 delegati, oltre 60 capi di Stato e di governo, più di 800 top manager – ma l’unità di intenti è un ricordo lontano. Il Global Risks Report individua nella confrontazione geo-economica il principale rischio di breve periodo, mentre il Global Cooperation Barometer certifica il declino del multilateralismo. In altre parole: tutti sono a Davos, ma nessuno crede davvero nello stesso mondo.

Le presenze raccontano questa tensione. Da un lato, Ursula von der Leyen e i leader europei impegnati a difendere l’idea di un commercio aperto e regolato; dall’altro, una Cina che si propone come potenza razionale e stabilizzatrice, mentre gli Stati Uniti appaiono sempre più come un attore revisionista. È ciò che alcuni analisti definiscono “il mondo meno uno”: un ordine globale che continua a esistere, ma senza – o contro – Washington.

Sul piano economico e sociale, la distanza tra retorica e realtà è altrettanto evidente. Alla vigilia del forum, Oxfam ha certificato che la ricchezza dei miliardari è cresciuta di 2.500 miliardi di dollari in un solo anno, superando i 18mila miliardi complessivi, mentre quasi metà della popolazione mondiale resta in condizioni di povertà. Un dato che stride con lo spirito originario di Davos e alimenta la sfiducia: secondo l’Edelman Trust Barometer, quasi il 70% degli intervistati ritiene che i leader politici ed economici mentano deliberatamente.

Eppure, proprio mentre le disuguaglianze esplodono, il forum celebra il debutto di Jensen Huang, ceo di Nvidia, simbolo dell’era dell’intelligenza artificiale e di una nuova concentrazione di potere tecnologico e finanziario. L’AI domina i panel e i discorsi, ma più come leva di competitività che come terreno di regolazione condivisa. Anche qui, Davos fotografa più che guidare.

Tra le assenze, la più significativa è quella del fondatore Klaus Schwab. Dopo oltre mezzo secolo, “Mr Davos” non c’è. Il forum entra in una nuova fase senza la sua figura di riferimento, mentre crescono le voci critiche che lo descrivono come un luogo sempre meno capace di incidere e sempre più simile a un rito autoreferenziale.

Le proteste, come ogni anno, scorrono ai margini: accuse di ipocrisia climatica, di connivenza con i “profittatori di guerra”, di distanza dalle vite reali.

E tuttavia, Davos non è morto. È cambiato. Non è più il luogo in cui si costruisce l’agenda globale, ma quello in cui se ne misura la disintegrazione. Non produce sintesi, ma segnali. In questo senso, Davos 2026 è una fotografia fedele del nostro tempo: un mondo affollato di leader, idee e interessi, ma povero di regole condivise.

Forse è questo, oggi, il suo vero significato. Non il laboratorio del futuro, ma lo specchio di un presente in cui il dialogo sopravvive come aspirazione, mentre la forza torna a essere il linguaggio dominante.