Per le imprese italiane si profila un nuovo incubo energetico. Se il prezzo del petrolio dovesse salire fino a 140 dollari al barile a causa della guerra in Medio Oriente, il conto per le aziende potrebbe diventare pesantissimo: fino a 21 miliardi di euro in più.
È la stima del Centro Studi di Confindustria, che parla apertamente di livelli “non sostenibili” per il sistema produttivo. In questo scenario, l’incidenza dei costi energetici salirebbe dal 4,9% al 7,6%, tornando praticamente ai livelli critici registrati dopo lo scoppio della guerra in Ucraina.
Energia, trasporti e materie prime: la tempesta perfetta
Lo shock energetico è già visibile nei principali indicatori economici: cala la fiducia delle famiglie, rallentano i consumi, peggiorano le aspettative sull’industria e risalgono i tassi sovrani.
Secondo l’indagine condotta tra le imprese manifatturiere, le principali preoccupazioni si concentrano su tre fronti:
- Costo dell’energia, indicato dal 25% delle aziende (19,4% nel lungo periodo)
- Trasporti e assicurazioni, segnalati dal 21,9% (15% se il conflitto si prolunga)
- Materie prime non energetiche, che diventano il rischio principale nel lungo periodo (20,7%)
A questi si aggiungono criticità già evidenti come ostacoli all’export (11,2%), aumento dei semilavorati (8,5%) e difficoltà nelle forniture, in crescita fino all’11,3%.
Italia meno competitiva
Il problema non nasce oggi. Già nel 2025, l’industria italiana pagava più energia rispetto ai principali competitor europei, con un’incidenza dei costi salita dal 3,9% pre-Covid al 4,9%.
Se invece il conflitto dovesse chiudersi entro giugno — con un prezzo medio del petrolio attorno ai 110 dollari — l’impatto sarebbe comunque significativo: circa 7 miliardi di euro in più all’anno per le imprese e un’incidenza dei costi energetici al 5,9% nel 2026.
Tradotto: meno margini, meno competitività.
Pnrr regge gli investimenti, ma i rischi aumentano
A tenere in piedi gli investimenti, almeno per ora, è il PNRR, che continua a sostenere la spesa delle imprese. Ma il quadro resta fragile.
La Banca Centrale Europea potrebbe essere costretta ad alzare i tassi a breve per contrastare l’inflazione, alimentata proprio dall’aumento dei costi energetici.
Nel frattempo:
- la fiducia delle famiglie cala, con il rischio di un aumento del risparmio e un freno ai consumi
- l’industria mostra attese negative
- l’export rischia di perdere competitività, anche a causa dei nuovi dazi
E c’è un altro nodo cruciale: circa 22 miliardi di export italiano verso i Paesi del Golfo potrebbero essere direttamente colpiti dal conflitto, insieme a forniture strategiche come alluminio e fertilizzanti.
Scenario ad alto rischio
Il messaggio di Confindustria è chiaro: senza una stabilizzazione rapida del quadro geopolitico ed energetico, l’economia italiana rischia un nuovo shock.
E questa volta, dopo anni di crisi consecutive, il margine di resistenza delle imprese è molto più sottile.
