Il Brent viaggia a 113 dollari, il WTI a 101. La benzina americana ai massimi dal 2022. Société Générale avverte: se chiude anche Bab el-Mandeb, il barile può arrivare a 150 dollari. La Fed ammette di avere “strumenti limitati”. Gli analisti: crescita in frenata e inflazione in risalita — la peggiore combinazione possibile.
Il 9 marzo, Donald Trump rispose a una telefonata della CBS dal suo campo da golf di Doral con una frase destinata a restare: “Credo che la guerra sia praticamente finita, più o meno.” Era trascorsa una settimana dall’inizio del conflitto, i mercati ci credettero, e il petrolio scese di 13 dollari in un giorno, fino a quota 91.
Tre settimane dopo, quella dichiarazione suona come un documento storico. Il conflitto non è finito. Il Brent ha guadagnato oltre il 50% nel solo mese di marzo — il maggiore rialzo mensile da quando l’Iraq invase il Kuwait nel 1990 — e i mercati hanno smesso di reagire alle parole del presidente, ormai abituati a un ritmo fatto di annunci di pace la domenica sera e minacce all’Iran il lunedì mattina.
I numeri: benzina a 3,99 dollari, riserve strategiche esaurite
Il Brent con consegna a maggio viaggia intorno ai 113 dollari al barile. Il West Texas Intermediate ha raggiunto i 101 dollari. Il prezzo medio nazionale della benzina negli Stati Uniti ha toccato i 3,99 dollari al gallone — rispetto ai 2,98 di febbraio, secondo i dati AAA — il livello più alto dalla crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.
L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha immesso sul mercato 400 milioni di barili dalle riserve strategiche globali per attutire lo shock. Non è bastato.
Le conseguenze si sentono ben oltre i confini americani. In Corea del Sud i cittadini sono invitati a ridurre la durata delle docce. In Thailandia scattano limitazioni ai consumi energetici. Nelle Filippine vengono distribuiti aiuti economici ai motociclisti colpiti dal caro carburante.
La guerra si allarga: Houthi, truppe di terra, uranio
Tutti gli indicatori segnalano un’espansione del conflitto. I ribelli Houthi dello Yemen — sostenuti dall’Iran — sono rientrati nel conflitto nel fine settimana dopo settimane di apparente inattività, lanciando missili da crociera e droni contro Israele. Secondo il Wall Street Journal, il Pentagono starebbe preparando settimane di operazioni terrestri in Iran, inclusa una missione definita “estremamente rischiosa” per il recupero di uranio.
Trump, intanto, alterna dichiarazioni. Su Truth Social ha minacciato di “distruggere completamente” centrali elettriche, pozzi petroliferi e l’isola di Kharg se non si raggiungerà un accordo e se lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto. Al Financial Times ha dichiarato che la sua opzione preferita sarebbe “prendere il petrolio” — una formulazione che ha fatto alzare più di un sopracciglio nelle cancellerie europee.
Lo spettro della stagflazione: crescita giù, inflazione su
È qui che il conflitto smette di essere solo una crisi geopolitica e diventa una minaccia economica strutturale. Gli analisti di Société Générale prevedono prezzi del Brent “più alti più a lungo”, con una media di 125 dollari ad aprile e picchi fino a 150 dollari nel caso in cui venisse chiuso anche lo Stretto di Bab el-Mandeb, all’ingresso meridionale del Mar Rosso — l’altra arteria energetica globale che gli Houthi potrebbero tornare a minacciare.
Il presidente della Federal Reserve Jerome Powell ha ribadito che l’obiettivo di inflazione al 2% resta invariato, ma ha anche riconosciuto che gli strumenti della banca centrale hanno “effetti limitati sugli shock dell’offerta”: in altre parole, la Fed non può fare molto contro il rincaro del carburante e la sua propagazione sui prezzi al consumo.
Jim McCormick di Citigroup ha usato una parola che i mercati temono più di qualsiasi altra: “La situazione che si sta delineando è quella di una crescente stagflazione. La crescita rallenterà a causa del conflitto, mentre l’inflazione aumenterà. Non è una combinazione favorevole né per le obbligazioni né per le azioni — è negativa per i mercati nel loro complesso.”
L’inflazione americana, ferma intorno al 3% negli ultimi anni, potrebbe aumentare sensibilmente nei prossimi mesi. Un rialzo dei tassi in risposta sarebbe il peggior scenario possibile per un’economia già rallentata dal conflitto.
I mercati stanchissimi, la nebbia di guerra si ispessisce
Alla sesta settimana di guerra, tra gli investitori prevale una sensazione nuova: stanchezza. Le continue oscillazioni dei mercati — su e giù a ogni tweet o post di Trump — hanno prodotto un effetto paradossale: gli operatori hanno smesso di reagire, il che, secondo l’economista Ed Yardeni, è in sé un segnale preoccupante. “Questo atteggiamento difensivo indica che Trump potrebbe non stare bluffando sull’escalation del conflitto”, ha osservato. “La nebbia della guerra si sta facendo sempre più fitta, anche per la possibilità di un intervento diretto delle truppe americane.”
Un mercato che ignora il presidente non è un mercato tranquillo. È un mercato che ha smesso di sperare in una soluzione a breve.
