Il rilascio di 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche dell’International Energy Agency (IEA) — una mossa senza precedenti coinvolgente trentadue paesi membri — non ha prodotto l’effetto sperato sui mercati internazionali dell’energia. Al contrario, i prezzi del Brent hanno registrato un ulteriore rialzo del 9%, tornando a superare la soglia dei 100 dollari al barile.
Crisi energetica: lo Stretto di Hormuz è il nodo centrale
Il vero problema che i mercati stanno prezzando è il blocco dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita normalmente circa un quinto della produzione petrolifera mondiale, pari a oltre 20 milioni di barili al giorno. Dall’avvio degli attacchi israelo-americani contro l’Iran, le acque dello stretto sono diventate teatro di ripetuti assalti a navi mercantili. Teheran ha dichiarato che non consentirà il passaggio di carichi diretti verso gli Stati Uniti e i loro alleati.
Perché l’annuncio dell’IEA ha fallito: i limiti strutturali delle riserve strategiche
Invece di rassicurare gli investitori, l’annuncio dell’IEA ha paradossalmente evidenziato la profondità della crisi. Come spiega il New York Times, quei 400 milioni di barili corrispondono a soli 20 giorni di flussi normali attraverso lo stretto — a fronte di un conflitto già avviato da quasi due settimane e senza una fine all’orizzonte.
A complicare ulteriormente il quadro, la distribuzione fisica delle riserve strategiche rende l’operazione tutt’altro che immediata. Le scorte sono custodite in impianti dislocati in tutto il mondo: dalla Corea del Sud, con siti lungo tutta la penisola, al deposito di Okinawa in Giappone, condiviso con le scorte commerciali di produttori come Saudi Aramco. Secondo il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, la velocità massima di estrazione dalle riserve americane è di soli 4,4 milioni di barili al giorno — ben al di sotto del volume di traffico normalmente garantito dallo stretto.
A questo si aggiungono ostacoli logistici concreti: trovare acquirenti, negoziare contratti, organizzare la movimentazione delle forniture su scala globale richiede tempo.
I tempi di recupero del mercato: mesi, non settimane
Anche in uno scenario ottimistico — con le spedizioni nello stretto riprese regolarmente — i mercati energetici non tornerebbero alla normalità in tempi brevi. June Goh, analista del mercato petrolifero, avverte che le raffinerie sono sistemi industriali complessi che non possono essere fermati e riavviati come un interruttore. In caso di chiusura forzata, il ritorno alla piena operatività richiederebbe almeno due mesi dopo il ripristino delle normali spedizioni.
Il messaggio è chiaro: la crisi energetica legata alla guerra in Medio Oriente non si risolverà con un’iniezione di riserve strategiche. Le sue radici sono geopolitiche, e le sue tempistiche di risoluzione dipenderanno dall’evoluzione del conflitto più che dagli strumenti di policy energetica a disposizione delle grandi potenze occidentali.
