Energia e guerra: la chiusura dello Stretto di Hormuz scuote i mercati globali

Gli Stati Uniti restano il principale produttore mondiale di petrolio e gas naturale, ma non sono in grado di compensare completamente lo shock energetico provocato dalla chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, il passaggio strategico da cui transita circa il 20% dei flussi globali di greggio e gas naturale liquefatto (GNL).

Gli esportatori americani stanno infatti già spedendo carichi vicino ai propri limiti operativi. Questo permette di ottenere margini più elevati grazie ai prezzi in salita, ma non di colmare il vuoto di approvvigionamento creato dalla crisi nel Golfo.


L’intervento di Trump per proteggere il traffico marittimo

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato nella notte del 3 marzo che Washington offrirà garanzie finanziarie e assicurative per il commercio marittimo energetico nella regione.

“Se necessario, la Marina degli Stati Uniti inizierà a scortare le petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz”, ha dichiarato il presidente sui social, promettendo di garantire il libero flusso di energia verso i mercati globali.

L’annuncio ha contribuito a frenare l’impennata dei prezzi. Uno dei principali ostacoli alla ripresa del traffico è infatti il costo elevato – o l’assenza – delle coperture assicurative per le navi che attraversano l’area, oltre alla minaccia di attacchi.


L’effetto domino sui prezzi del gas

Le conseguenze della crisi sono particolarmente pesanti per Europa e Asia, molto più dipendenti dalle importazioni di GNL rispetto agli Stati Uniti.

Il problema principale è il blocco delle esportazioni del Qatar, che rappresenta quasi il 20% delle forniture globali di gas liquefatto.

Secondo Pavel Molchanov, analista della società Raymond James, il benchmark europeo del gas è salito del 90% in appena due giorni, mentre anche i prezzi asiatici hanno registrato un forte balzo.

Il Qatar ha sospeso la produzione di GNL il 2 marzo mentre l’Iran intensificava le operazioni militari contro i suoi vicini nella regione.


L’incidente nel Mediterraneo aggrava la tensione

A rendere ancora più instabile la situazione è stata l’esplosione della petroliera russa Arctic Metagaz al largo di Malta. La nave, soggetta a sanzioni occidentali, ha preso fuoco in circostanze sospette. Secondo fonti citate da Reuters, l’Ucraina sarebbe sospettata di averla colpita con un drone.


Gli esportatori Usa pronti a sfruttare i prezzi spot

Secondo Mathieu Utting di Rystad Energy, circa il 15% del GNL statunitense non è vincolato da contratti a lungo termine e può essere venduto sui mercati spot, dove i prezzi stanno salendo rapidamente.

Tra le aziende più avvantaggiate figura Venture Global, il cui Ceo Mike Sabel ha dichiarato che la società dispone del “maggior numero di carichi disponibili” da vendere immediatamente. La compagnia possiede inoltre gran parte della propria flotta di navi, riducendo l’impatto dei costi assicurativi.

Anche ExxonMobil potrebbe beneficiare della crisi con l’imminente avvio dell’impianto Golden Pass LNG in Texas, sviluppato insieme al Qatar. Il Ceo Darren Woods ha indicato l’inizio della produzione proprio all’inizio di marzo.


Opec e rotte alternative

I principali produttori dell’OPEC, tra cui Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, hanno promesso di aumentare la produzione per stabilizzare il mercato.

Tuttavia, senza il passaggio nello Stretto di Hormuz le possibilità di compensazione restano limitate. L’Arabia Saudita può deviare parte dei flussi attraverso l’oleodotto East-West verso il Mar Rosso e il Canale di Suez, ma non abbastanza da sostituire completamente le rotte del Golfo.


Il rischio dello scenario peggiore

Finora gli attacchi iraniani contro infrastrutture energetiche in Arabia Saudita, Qatar e Kuwait sono stati limitati e mirati. Ma secondo l’analista geopolitico Matt Reed, se Iran e i suoi alleati – come Hezbollah o gli Houthi – lanciassero attacchi su larga scala contro impianti di produzione ed esportazione, il mercato potrebbe entrare nello scenario più grave.

In quel caso il prezzo del petrolio potrebbe superare rapidamente i 100 dollari al barile, con conseguenze pesanti per l’economia globale.

Le due variabili decisive, secondo gli analisti, restano quindi: quanto l’Iran limiterà i suoi attacchi e quanto velocemente le sue capacità militari verranno ridotte dal conflitto in corso.