Ci risiamo. È la settimana della riunione del Federal Open Market Committee (FOMC) e, con ogni probabilità, il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, deluderà ancora una volta la Casa Bianca annunciando il mantenimento dei tassi di interesse ai livelli attuali.
I mercati appaiono piuttosto convinti che la riunione di due giorni, che si concluderà domani, porterà a tassi invariati nel range compreso tra il 3,5% e il 3,75%. Secondo il FedWatch Tool del CME, la probabilità di un taglio immediato è pari ad appena 2,8%, anche per una riduzione minima di 25 punti base.
Attese dei mercati e incertezza sul resto dell’anno
Se sul breve periodo il consensus appare solido, maggiore è invece l’incertezza sulla traiettoria dei tassi per il resto dell’anno. Molti economisti ritengono che il 2026 possa essere l’anno di un ulteriore allentamento monetario (easing).
Questa visione si fonda su alcuni fattori chiave:
- un mercato del lavoro in progressivo indebolimento;
- un impatto finora contenuto della politica dei dazi della Casa Bianca sull’inflazione;
- il cambio alla guida della Fed previsto per la primavera, quando Jerome Powell sarà sostituito da un presidente nominato da Donald Trump, che ha già espresso la preferenza per un profilo più “dovish”.
La voce fuori dal coro di Macquarie: possibile rialzo dei tassi
Non tutti, però, condividono lo scenario di futuri tagli. Tra le voci fuori dal coro spicca la banca d’investimento Macquarie. Gli economisti per il Nord America David Doyle e Chinara Azizova prevedono che la prossima mossa della Fed possa essere addirittura un rialzo dei tassi, potenzialmente nell’ultimo trimestre dell’anno.
Secondo i due analisti, «il mercato del lavoro sta migliorando e la disoccupazione è destinata a calare su base tendenziale». Un rischio per questa visione resta l’arrivo di un nuovo presidente della Fed più accomodante, ma, osservano, «tale rischio potrebbe ridursi una volta che il nuovo vertice dovrà confrontarsi con i vincoli del ruolo».
Il dibattito sul tasso neutrale dopo la pandemia
Alla base della lettura di Macquarie c’è anche l’idea che la Fed abbia raggiunto un punto di “normalizzazione” del tasso di riferimento. Dopo la pandemia, i tassi statunitensi erano saliti fino al 5,5% per contrastare l’inflazione galoppante, mentre nel periodo pre-Covid si attestavano intorno allo 0,25%.
Per anni i mercati hanno ipotizzato un ritorno verso livelli prossimi al 2%, ma ora crescono i dubbi sull’opportunità di tassi eccezionalmente bassi. La forza dell’economia statunitense e un’inflazione ancora sopra il target del 2% suggeriscono che il tasso neutrale possa essere più elevato di quanto stimato in passato. Un tema che Powell potrebbe affrontare nella conferenza stampa post-riunione.
La visione prevalente: tagli graduali nel 2026
La maggioranza degli analisti resta comunque orientata verso una graduale riduzione dei tassi. Goldman Sachs, ad esempio, prevede un taglio di 25 punti base a giugno, seguito da un’ulteriore riduzione a settembre, che porterebbe il tasso di riferimento nell’intervallo 3-3,25%.
David Mericle, economista della banca, ha però sottolineato che ulteriori interventi saranno meno urgenti se il mercato del lavoro dovesse stabilizzarsi e se l’inflazione non scenderà abbastanza rapidamente da creare un ampio consenso nel FOMC.
Bank of America: improbabile un rialzo dei tassi
Anche Bank of America ritiene poco probabile un futuro rialzo. Gli analisti Mark Cabana, Aditya Bhave e Alex Cohen sottolineano come Powell possa tornare a un approccio di “wait and see”, senza però aprire la strada a nuove strette monetarie.
«Il mercato del lavoro è debole e l’inflazione è elevata, ma entrambi sono stabili», osservano. «Con la politica monetaria ormai vicina alla neutralità e con l’economia che si appresta a ricevere forti stimoli fiscali, non c’è urgenza di intervenire». Un rialzo dei tassi, concludono, rappresenterebbe «la sorpresa più grande».
