Giorgia Meloni “si faccia ascoltare dal patriarcato, non dettare la linea dal patriarcato”. Elly Schlein alza i toni sul nuovo ddl stupri e mette nel mirino il testo riscritto al Senato, che cancella il cuore dell’accordo bipartisan: la parola consenso.
«Testo irricevibile». Il retroscena dello scontro Meloni–Schlein
«Con Giorgia Meloni ci siamo sentite sul ddl stupri», racconta la segretaria del Pd a margine di un evento pubblico, confermando un contatto diretto con la presidente del Consiglio. «Non gliel’ho detto solo pubblicamente: questo testo è irricevibile, non c’è una virgola mediata con il Pd. Hanno tradito un accordo fatto ed è un problema loro».
Schlein parla di un vero strappo politico: alla Camera il disegno di legge sulla violenza sessuale era passato all’unanimità, dopo un’intesa personale con Meloni per inserire nel codice penale il principio del “consenso libero e attuale”. Al Senato, però, il copione cambia: la relatrice Giulia Bongiorno presenta un nuovo testo che sostituisce il consenso con il “dissenso” e ridisegna la fattispecie di stupro.
«Questa proposta è un passo indietro rispetto a 22 anni di giurisprudenza che hanno consolidato il concetto di consenso, che è diverso dal dissenso», scandisce la leader dem. «Ho detto alla presidente che se da un buon accordo tra tutte le forze politiche si passa a una legge negativa per le donne è meglio non farla. Le ho chiesto di tornare all’accordo, reinserire il consenso e non farsi dettare la linea dal patriarcato».
Da “consenso” a “dissenso”: cosa cambia nel nuovo ddl stupri
Il punto più contestato è la riscrittura dell’articolo 609-bis del codice penale: nel testo uscito dalla Camera il reato di violenza sessuale scattava se mancava il “consenso libero e attuale” all’atto sessuale, in linea con la Convenzione di Istanbul e con le riforme adottate in diversi Paesi europei sul principio “solo sì è sì”.
Nel nuovo testo elaborato al Senato, il fulcro diventa invece la “volontà contraria” o il “dissenso” della vittima, che deve essere valutato tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso. Per le opposizioni, questo sposta di nuovo il peso sulle spalle delle donne nei processi penali: non basta più dimostrare l’assenza di consenso, ma occorre provare di aver espresso un dissenso riconoscibile, rischiando di lasciare scoperte le situazioni di shock, freezing o paura.
Molti giuristi e le reti antiviolenza parlano di arretramento rispetto all’orientamento consolidato dei tribunali italiani e delle corti europee, che hanno valorizzato il concetto di consenso come elemento centrale nei reati sessuali, proprio per evitare che il comportamento della vittima venga messo sotto accusa più dell’azione dell’imputato.
L’accordo saltato e la rabbia delle reti antiviolenza
Il ddl nato come “legge sul consenso” era stato presentato come una svolta culturale: senza un sì, non c’è rapporto sessuale ma violenza. La riformulazione al Senato ha scatenato la reazione delle opposizioni e di associazioni femministe, centri antiviolenza e avvocati specializzati, che parlano di “colpo di spugna” su un principio atteso da anni.
Schlein insiste su questo punto: chiede a Meloni di ascoltare associazioni, reti femministe, centri antiviolenza, magistrati e giuristi che denunciano il rischio di una legge che peggiora la posizione delle vittime. E ricorda che l’accordo politico sull’introduzione del consenso era stato rivendicato dalla stessa premier come segnale di unità nazionale nella lotta alla violenza di genere.
Giulia Bongiorno, dal canto suo, difende la nuova versione sostenendo che il testo mette al centro la volontà della donna e protegge anche i casi di aggressioni improvvise, ma la frattura con il fronte pro-consenso resta profonda.
Perché il “consenso” è diventato la linea del fronte
Il conflitto intorno al ddl stupri non è solo tecnico, ma simbolico. Negli ultimi anni molte legislazioni europee – dalla Spagna alla Svezia, fino alla Francia – hanno adottato modelli “only yes means yes”, definendo lo stupro come un atto sessuale senza consenso, a prescindere dall’uso di violenza fisica o minaccia esplicita.
In questo quadro, l’Italia stava cercando di allinearsi agli standard internazionali, recependo lo spirito della Convenzione di Istanbul e rispondendo alle richieste delle reti antiviolenza che denunciano da tempo come molte vittime restino senza tutela proprio quando non riescono a reagire in modo evidente. Tornare a parlare di dissenso, per attiviste e giuristi, significa rimettere al centro il comportamento della vittima – ha detto no? si è opposta? ha gridato? – invece della libertà del suo sì, riaprendo la porta a stereotipi e colpevolizzazioni nelle aule di giustizia.
Il nodo politico: Meloni tra alleati e pressione sociale
Dietro lo scontro sul linguaggio giuridico si gioca anche una partita politica. Il testo sul consenso era stato presentato come un fiore all’occhiello del governo Meloni nella risposta alla violenza di genere, in un Paese scosso da femminicidi e casi di cronaca che hanno riportato al centro il tema del sessismo strutturale.
La riscrittura chiesta da una parte della maggioranza mette ora la premier in una posizione scomoda: da un lato gli equilibri interni alla coalizione, dall’altro la pressione di opposizioni, associazioni e opinione pubblica che chiedono di non annacquare una riforma considerata simbolica.
Schlein sceglie lo scontro frontale: definisce la proposta “irricevibile nel metodo e nel merito”, accusa la maggioranza di aver tradito un accordo condiviso e rilancia la sfida, sintetizzando così la linea del Pd: meglio nessuna legge che una legge che arretra sui diritti e peggiora la vita delle donne.
