Iran, Trump valuta un’azione militare “molto forte” mentre continuano le repressioni

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta valutando un’azione militare «molto forte» contro l’Iran, nel contesto della dura repressione delle proteste antigovernative in corso nel Paese. Trump ha affermato di aver contattato le autorità iraniane, proponendo negoziati, mentre la situazione sul terreno continua a deteriorarsi.

Rispondendo domenica alle domande dei giornalisti a bordo dell’Air Force One, il presidente è stato interrogato sul possibile superamento della “linea rossa” tracciata da Washington in relazione all’uccisione dei manifestanti. «Sembra che stiano cominciando a farlo», ha dichiarato.

«Stiamo esaminando la questione con grande serietà», ha aggiunto Trump. «L’esercito sta valutando la situazione e stiamo considerando alcune opzioni molto concrete. Prenderemo una decisione. Credo che siano stanchi di essere colpiti duramente dagli Stati Uniti. L’Iran vuole negoziare».

Il bilancio delle vittime

Secondo la Human Rights Activists News Agency, almeno 538 persone hanno perso la vita nelle violenze legate alle manifestazioni, di cui 490 manifestanti. L’organizzazione riferisce inoltre che oltre 10.600 persone sono state arrestate dalle autorità iraniane.

I dati, tuttavia, variano tra i diversi gruppi per i diritti umani, che denunciano gravi difficoltà nel raccogliere informazioni a causa del blocco di internet imposto dal regime. Tutti i bilanci disponibili sono ritenuti sottostimati.

Le minacce di Teheran

La risposta iraniana non si è fatta attendere. Il presidente del Parlamento, Mohammad Baqer Qalibaf, ha messo in guardia Washington da «un errore di calcolo», affermando che Israele e gli interessi statunitensi in Medio Oriente diventerebbero «obiettivi legittimi» in caso di attacco.

«Sia chiaro: se l’Iran verrà colpito, i territori occupati, così come tutte le basi e le navi statunitensi, saranno nostri obiettivi legittimi», ha dichiarato.

L’appello dell’opposizione in esilio

Nel frattempo, Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià iraniano e residente negli Stati Uniti, ha lanciato un appello alle forze di sicurezza e ai funzionari statali affinché si uniscano al movimento di protesta.

«I dipendenti delle istituzioni statali, così come i membri delle forze armate e di sicurezza, hanno una scelta», ha scritto sui social. «Stare dalla parte del popolo e diventare alleati della nazione, oppure scegliere la complicità con gli assassini del popolo».