Crisi Volkswagen, l’onda d’urto arriva in Italia: a rischio miliardi per la filiera dell’auto

Il piano di ristrutturazione del gruppo tedesco prevede il taglio di 100 mila posti e la riconversione di diversi stabilimenti. L’Italia esporta in Germania quasi il 20% della componentistica automotive

La crisi di Volkswagen non riguarda soltanto la Germania. Il piano di ristrutturazione industriale del colosso automobilistico tedesco, che prevede una drastica riduzione della forza lavoro e la riconversione di diversi stabilimenti, rischia di avere conseguenze anche sulla filiera italiana dell’automotive.

A fotografare il possibile impatto sono i dati, seppur ancora provvisori, dell’Anfia, l’Associazione nazionale filiera industria automobilistica. Nei primi cinque mesi del 2026, la Germania ha rappresentato il 19,9% dell’export italiano di componentistica automotive, confermandosi il principale mercato europeo per le aziende italiane del settore.

Un rapporto di dipendenza che arriva dopo un primo segnale negativo: già nel 2024 le esportazioni italiane di componenti verso la Germania erano diminuite del 5,8%.

Volkswagen riduce la produzione: il rischio per la filiera italiana

L’obiettivo dichiarato da Volkswagen è tornare a un margine operativo del 9% entro il 2030. Per raggiungerlo, il gruppo punta a semplificare la propria struttura produttiva, ridurre la complessità e adeguare la capacità degli stabilimenti alla domanda effettiva.

Una strategia che non si limita però ai confini tedeschi. Una riduzione della produzione da parte di uno dei principali costruttori europei può infatti ripercuotersi sull’intera catena di fornitura, coinvolgendo anche le aziende italiane che producono componenti destinati agli stabilimenti tedeschi.

Secondo Roberto Vavassori, presidente di Anfia, non si tratta di una decisione improvvisa. In un’intervista a Italypost, Vavassori ricorda che per anni il gruppo Volkswagen ha costruito i propri piani industriali sulla prospettiva di arrivare a produrre globalmente circa 11 milioni di veicoli.

«Dopo il Covid quel livello non è stato più raggiunto e, con ogni probabilità, non lo sarà più», osserva Vavassori. Oggi Volkswagen produce circa 9 milioni di automobili.

Ogni posto perso nell’auto ne mette a rischio altri tre

Il problema, spiega il presidente di Anfia, riguarda soprattutto l’effetto a cascata sulla componentistica e sull’indotto.

«Nell’automotive, per ogni addetto impiegato direttamente da un costruttore, ce ne sono almeno tre nella componentistica e nell’indotto», sottolinea Vavassori.

Se il piano Volkswagen dovesse tradursi nella riduzione di 100 mila posti di lavoro diretti, il potenziale impatto complessivo potrebbe quindi arrivare a circa 400 mila lavoratori, considerando anche la rete di fornitori e imprese collegate.

La logica è quella della catena produttiva: se diminuisce il numero di automobili costruite, diminuisce anche la domanda di componenti, logistica, lavorazioni, servizi e investimenti produttivi necessari per realizzarle.

Mercedes, Bmw e Porsche aumentano l’allarme

Il rischio per l’Italia non è legato esclusivamente a Volkswagen. La debolezza dell’industria automobilistica tedesca coinvolge infatti anche altri grandi marchi, tra cui Mercedes, Bmw e Porsche.

È proprio la concentrazione dell’export italiano verso la Germania a rendere particolarmente delicata la situazione. Quasi un quinto delle esportazioni italiane di componentistica automotive è destinato al mercato tedesco e un’ulteriore contrazione della produzione potrebbe quindi trasmettersi rapidamente alle aziende della filiera nazionale.

Il conto, secondo Vavassori, potrebbe essere pesante: «Per le imprese italiane possono venire meno alcuni miliardi di euro di fatturato».

La crisi Volkswagen si presenta così come un problema che supera i confini della Germania: la ristrutturazione del più grande gruppo automobilistico europeo rischia di trasformarsi in uno shock per un’intera filiera continentale, con l’Italia particolarmente esposta per il suo ruolo di grande fornitore di componentistica.