Ci sono record che si celebrano con una medaglia e altri che, in politica, vanno giudicati per ciò che producono. Il governo guidato da Giorgia Meloni raggiunge oggi, 4 settembre, un traguardo storico: diventa ufficialmente il più longevo della Repubblica, superando i 1.412 giorni del secondo governo Berlusconi.
È un dato oggettivo e sarebbe un errore liquidarlo come una semplice curiosità statistica. In un Paese abituato a esecutivi dalla durata media molto più breve, la continuità dell’azione politica rappresenta un valore. Non significa che quattro anni di governo equivalgano automaticamente a quattro anni di buon governo. Significa però che, per una volta, l’Italia ha potuto programmare senza vivere ogni giorno nell’attesa della prossima crisi di maggioranza.
C’è poi un altro dato storico: Giorgia Meloni è stata la prima donna a Palazzo Chigi. Al di là delle appartenenze politiche, anche questo rappresenta una cesura nella storia della Repubblica.
Ma il punto centrale è un altro: la stabilità può produrre valore. Per gli investitori significa poter guardare oltre l’orizzonte della prossima settimana parlamentare. Per le imprese significa avere un quadro più prevedibile. Per i mercati significa poter distinguere un Paese capace di governarsi da uno condannato all’emergenza permanente.
I numeri vanno naturalmente letti senza propaganda, ma nemmeno possono essere ignorati quando descrivono una realtà diversa dalla caricatura di un’Italia immobile. A luglio 2026 gli occupati hanno raggiunto 24,37 milioni, con un tasso di occupazione al 63,2% e 16,58 milioni di dipendenti a tempo indeterminato: livelli record.
Anche sul fronte dei conti pubblici il quadro è cambiato: lo spread è sceso dai circa 220 punti di inizio legislatura a un livello intorno agli 80, mentre il rapporto deficit/Pil è passato dall’8% a poco più del 3%.
Non è naturalmente tutto merito di Palazzo Chigi. L’economia dipende da una molteplicità di fattori e molti sfuggono alle decisioni di un singolo governo. Ma sarebbe altrettanto ideologico sostenere che la stabilità politica non abbia alcuna rilevanza.
Ed è proprio qui che il record di Meloni smette di essere una celebrazione e diventa una responsabilità.
Avere conquistato stabilità significa avere oggi qualcosa che molti governi precedenti hanno avuto molto più raramente: tempo. Tempo per affrontare problemi strutturali che non si risolvono con un decreto spot o con un bonus: produttività stagnante, debito pubblico, salari, denatalità, burocrazia, costo dell’energia, competitività delle imprese e lentezza della giustizia.
La stabilità è dunque una condizione necessaria, ma non sufficiente. Può diventare un enorme vantaggio competitivo per l’Italia oppure trasformarsi in una semplice rendita politica.
La sfida dell’ultimo tratto della legislatura è tutta qui: dimostrare che un governo capace di durare può anche essere un governo capace di cambiare.
Perché il vero record non sarà arrivare primi nella classifica dei giorni trascorsi a Palazzo Chigi.
Sarà lasciare un’Italia più solida di quella ricevuta.
E, finalmente, abbastanza stabile da non dover ricominciare tutto da capo a ogni cambio di governo.
