FMI: il debito globale al 99% del PIL entro il 2028. Gli Usa verso il 142%, l’Italia nel mirino dei sussidi energetici

Il Fiscal Monitor di primavera lancia l’allarme: i margini di manovra dei governi si sono ridotti proprio mentre la guerra in Medio Oriente spinge verso nuova spesa. Il direttore Valdez al Congresso americano: “Non si può rimandare all’infinito”. E avverte: i sussidi generalizzati al carburante sono la strada sbagliata.


Il debito pubblico americano da 39mila miliardi di dollari è diventato quasi un rumore di fondo nel dibattito politico di Washington — agitato nelle trattative di bilancio, richiamato nelle audizioni del Congresso, poi dimenticato. Ma il quadro presentato mercoledì dal Fondo Monetario Internazionale nella sua presentazione primaverile del Fiscal Monitor è ancora più inquietante: gli Stati Uniti non sono un’eccezione, sono il sintomo più visibile di una malattia globale.

“L’economia mondiale è nuovamente messa alla prova dalle conseguenze della guerra in Medio Oriente — ed è un mondo con minori margini di manovra, perché le finanze pubbliche sono più sotto pressione in moltissimi Paesi”, ha aperto Rodrigo Valdez, direttore del Dipartimento Affari Fiscali del FMI.


Il debito globale al 99% del PIL entro il 2028 — e potenzialmente al 121%

Il numero che sintetizza tutto: il debito pubblico globale raggiungerà il 99% del PIL mondiale entro il 2028, superando la soglia del 100% prima del previsto. Negli scenari di stress al 95° percentile degli esiti plausibili, quella quota potrebbe salire al 121% entro tre anni. Un livello senza precedenti in tempo di pace.


Il caso americano: deficit al 7,5%, debito verso il 142% del PIL nel 2031

Gli Stati Uniti restano il caso emblematico. Il deficit di Washington si era leggermente ridotto lo scorso anno — dal quasi 8% a meno del 7% del PIL — grazie in parte alle entrate da dazi. Ma il miglioramento è temporaneo: “La nostra previsione è che questo deficit torni intorno al 7,5% e rimanga su quei livelli nel prossimo futuro”, ha dichiarato Valdez. Il debito USA è avviato a superare il 125% del PIL quest’anno e potenzialmente il 142% entro il 2031.

Per stabilizzare — non ridurre — questa traiettoria sarebbe necessario un consolidamento fiscale di circa 4 punti percentuali di PIL. Un intervento che, come ha osservato Valdez, “sarebbe tra i più ampi aggiustamenti fiscali in tempo di pace nella storia moderna americana.” Il messaggio al Congresso è stato diretto: “Non si può rimandare all’infinito.”

Intanto, i mercati cominciano ad agitarsi. Il premio che i Treasury statunitensi garantivano rispetto al debito di altre economie avanzate si sta riducendo: “Sono segnali che i mercati non sono più così tranquilli — così indulgenti — come in passato.”


Un mondo intero in rosso: non è un problema ciclico

Il gap fiscale globale — la distanza tra i saldi primari effettivi e quelli necessari a stabilizzare il debito — è peggiorato di circa un punto percentuale rispetto ai cinque anni precedenti al Covid. I tassi di interesse reali sono oggi circa 6 punti percentuali sopra i livelli pre-pandemia, aggravando il peso di ogni dollaro di debito esistente. “Non è solo un problema ciclico”, ha chiarito Valdez. “Riflette scelte di politica economica: spesa strutturalmente più elevata e minori entrate.”


La trappola dei sussidi energetici: un avvertimento che riguarda l’Italia

La guerra in Medio Oriente aggiunge una dimensione ulteriore di rischio. Con i prezzi di energia e alimentari in rialzo, i governi ricorrono agli strumenti politicamente più semplici: sussidi generalizzati all’energia e tagli alle accise — esattamente ciò che l’Italia ha fatto nelle ultime settimane con il dl Carburanti.

Il FMI è stato esplicito: “Sussidi energetici generalizzati o riduzioni delle accise non sono lo strumento migliore. Distorcono i segnali di prezzo, sono costosi per i conti pubblici, regressivi e difficili da rimuovere.” Valdez ha aggiunto un effetto di contagio spesso ignorato: quando metà del mondo protegge i consumatori dagli aumenti dei prezzi energetici, l’altra metà deve assorbire l’intero aggiustamento della domanda. Le simulazioni del FMI suggeriscono che questo meccanismo potrebbe raddoppiare lo shock dei prezzi per i Paesi che non adottano sussidi.

La vice direttrice Era Dabla-Norris ha riconosciuto che la risposta dei governi questa volta è stata “molto più contenuta” rispetto al 2022, ma ha avvertito che, con margini fiscali “molto più limitati”, i costi di un ritorno alle vecchie abitudini sarebbero elevati. La prescrizione del Fondo è chiara: proteggere le persone, non i prezzi — sostegni mirati e temporanei ai più vulnerabili, non interventi generalizzati.


L’intelligenza artificiale: l’unica variabile che può cambiare il quadro

In un contesto dominato da proiezioni poco incoraggianti, il FMI indica un possibile fattore di svolta: l’intelligenza artificiale. Secondo Dabla-Norris, l’AI potrebbe trasformare profondamente il funzionamento dei governi — aumentando la produttività, migliorando l’amministrazione fiscale, rendendo più efficiente l’erogazione di servizi sanitari ed educativi. “Può essere utilizzata per rimodellare radicalmente il modo in cui i governi operano.”

Ma la tecnologia porta con sé rischi speculari: tende a concentrare la ricchezza, trasforma i mercati del lavoro e potrebbe erodere le basi imponibili — imposte sul reddito e contributi sul lavoro — su cui si fondano i sistemi di welfare moderni. “I nostri sistemi fiscali attuali — i nostri sistemi di protezione sociale — sono adeguati?”, ha chiesto Dabla-Norris. Una domanda che nessun governo, al momento, sembra pronto a rispondere.