Da Treviso a Como, i cartelli “carburante esaurito” hanno allarmato gli automobilisti. Ma non c’è penuria nazionale: è il “panic buying” innescato dal decreto del 19 marzo che ha svuotato le scorte dei distributori più convenienti in 48 ore.
I cartelli sono comparsi nelle ultime ore in diverse stazioni di rifornimento del Nord Italia — da Treviso a Como — con scritto “benzina esaurita” o “carburante esaurito”. Le segnalazioni sono arrivate anche all’Unione Nazionale Consumatori, e l’allarmismo si è diffuso rapidamente tra gli automobilisti, già nervosi per le tensioni geopolitiche e il rialzo del greggio legato alla guerra in Medio Oriente.
La realtà, però, è meno drammatica di quanto i cartelli lascino intendere. Non c’è alcuna emergenza nazionale, né una reale carenza di carburante nel Paese. C’è, invece, un caso da manuale di panic buying — la stessa dinamica già vista durante la pandemia e la crisi energetica del 2022 — scatenato questa volta da una misura del governo.
Tutto nasce dal decreto del 19 marzo
Il 19 marzo il governo ha introdotto con decreto-legge d’urgenza un taglio delle accise di 24,4 centesimi sui carburanti, con un costo complessivo per le casse dello Stato di circa mezzo miliardo di euro. Una misura pensata per alleviare l’impatto dell’aumento del petrolio sulle famiglie italiane.
L’effetto collaterale non era difficile da prevedere: quando il prezzo scende bruscamente, la convenienza percepita di fare rifornimento subito aumenta, e con essa il timore che lo sconto sia temporaneo. Il risultato è stato una corsa ai distributori — con pieni più frequenti, serbatoi riempiti al massimo, e una domanda che in alcuni casi è raddoppiata nel giro di ore.
Le scorte finite in 48 ore
I distributori non operano con riserve infinite. La capacità di stoccaggio degli impianti è generalmente compresa tra i 15.000 e i 30.000 litri, con rifornimenti programmati e tempi di ri-approvvigionamento non immediati. Se la domanda raddoppia, una scorta pensata per durare una settimana può esaurirsi in meno di 48 ore.
A complicare le cose, secondo i dati dell’Osservatorio del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, nei giorni successivi al 23 marzo solo il 60% delle stazioni aveva effettivamente ridotto i prezzi, mentre nell’11,4% dei casi si erano registrati addirittura aumenti. Il risultato è stato una forte disparità tra impianti: gli automobilisti si sono concentrati sulle pompe più convenienti, in particolare su alcuni distributori Eni dove la benzina self-service era venduta a 1,640 euro al litro contro una media nazionale di 1,711 euro, e il gasolio a 1,888 euro contro 1,977 euro. Quegli impianti hanno esaurito rapidamente le scorte disponibili a quel prezzo.
I prezzi restano comunque alti
Nonostante il taglio delle accise e un lieve raffreddamento delle quotazioni del petrolio sui mercati finanziari, fare benzina resta oneroso. Secondo l’elaborazione dei dati ministeriali aggiornata al 25 marzo dall’Unione Nazionale Consumatori, la benzina supera 1,80 euro al litro in autostrada, mentre il gasolio sfiora i 2,10 euro. Sulla rete ordinaria i prezzi si attestano intorno a 1,70–1,75 euro per la benzina e 1,85–1,90 euro per il diesel.
Cifre che testimoniano come, al netto dello sconto governativo, la pressione dei mercati energetici internazionali continui a farsi sentire direttamente al distributore.
Niente panico: è una dinamica temporanea
La buona notizia è che il fenomeno è destinato a rientrare con la normalizzazione dei rifornimenti agli impianti. Non esiste una carenza strutturale di carburante in Italia: esistono scorte locali temporaneamente esaurite per effetto di una domanda anomala e concentrata. Una distinzione che vale la pena tenere a mente la prossima volta che si vede un cartello “benzina esaurita” — che potrebbe voler dire semplicemente che il distributore di quella strada era il più economico del quartiere.
