I giganti del petrolio USA ai massimi storici: la guerra in Iran premia il Big Oil americano
Mentre il mondo fa i conti con la crisi energetica scatenata dal conflitto in Iran e dal blocco dello Stretto di Hormuz, c’è chi ne trae un vantaggio straordinario: le grandi compagnie petrolifere e del gas statunitensi. La capitalizzazione di mercato di Exxon Mobil, Chevron e di una serie di altri produttori, raffinatori ed esportatori americani ha raggiunto questa settimana i massimi storici.
I numeri: +30%, +43%, +92% — una corsa al rialzo senza precedenti
I titoli del settore energetico americano sono saliti di circa il 30% dall’inizio dell’anno, in netta controtendenza rispetto al resto di Wall Street: il Dow Jones ha perso il 5% e lo S&P 500 il 2% nell’ultimo mese. Il benchmark statunitense per il greggio ha registrato un rialzo del 70% da gennaio, quando il mercato era ancora alle prese con timori di eccesso di offerta.
Nel dettaglio, la capitalizzazione di Exxon è cresciuta di quasi il 30%, raggiungendo 643 miliardi di dollari. Chevron ha guadagnato oltre il 30%, arrivando a quasi 400 miliardi. Occidental Petroleum ha messo a segno un +43%. L’esportatore di gas naturale liquefatto Venture Global vede il proprio titolo volare del 92% dal 1° gennaio. Williams, principale società di gasdotti, ha toccato un nuovo record a 92 miliardi di dollari. Le grandi raffinerie — Valero, Marathon Petroleum e Phillips 66 — hanno visto le proprie capitalizzazioni salire tra il 40% e il 50%, superando tutte i 70 miliardi di dollari.
Il vantaggio competitivo degli USA: “Le nostre forniture non sono bloccate”
La ragione di fondo è semplice, e la sintetizza bene Dan Pickering, fondatore di Pickering Energy Partners: “Gli Stati Uniti sono il più grande produttore al mondo e le nostre forniture non sono bloccate. Quindi i risultati finanziari ne trarranno assolutamente beneficio. È una situazione molto diversa rispetto a chi si trova in Medio Oriente con una produzione che non può essere movimentata.”
Il blocco dello Stretto di Hormuz ha sottratto al mercato globale circa il 20% delle forniture giornaliere di petrolio e gas naturale liquefatto, mettendo in ginocchio soprattutto le economie asiatiche, più dipendenti dalle forniture mediorientali e dal GNL del Qatar. In alcuni Paesi si registrano già lunghe code ai distributori e settimane lavorative ridotte. Negli Stati Uniti, invece, il prezzo medio di un gallone di benzina supera i 3,60 dollari, in crescita del 32% rispetto ai minimi di gennaio: un aumento significativo, ma lontano dai disagi che si registrano altrove.
GNL: la nuova frontiera dei profitti
Accanto al petrolio, a correre sono anche i prezzi del gas naturale liquefatto e i margini di profitto della raffinazione per benzina, diesel e carburante per aerei. Il CEO di Venture Global, Mike Sabel, ha commentato durante la conference call sui risultati di inizio marzo che la società dispone del maggior numero di “carichi disponibili” da vendere sul mercato spot, e — disponendo di una propria flotta di navi cisterna — non deve sostenere i maggiori costi di trasporto legati alla crisi. “Ci sono mercati in Asia che dipendono fortemente dalle forniture del Qatar. Ogni giorno in cui le navi non possono transitare, si creano ingorghi e una domanda incrementale. Siamo in una posizione unica per movimentare i carichi.”
Il silenzio imbarazzato delle major: nessun commento sui profitti di guerra
Le grandi compagnie mantengono un profilo basso. Exxon non ha risposto alle richieste di commento; Chevron si è limitata a dichiarare di essere “concentrata sulla sicurezza dei propri dipendenti e asset.” Un silenzio eloquente, in un momento in cui parlare apertamente di profitti legati alla guerra e ai sacrifici dei consumatori sarebbe, quanto meno, inopportuno. Nel frattempo, con il protrarsi del conflitto, tornano a farsi insistenti i timori di inflazione e stagflazione a livello globale.
