Ex Ilva, confermato lo stop dell’area a caldo: la scadenza è il 28 ottobre

La Corte d’Appello di Milano respinge la richiesta di sospensiva presentata da Ilva e Acciaierie d’Italia. Resta in vigore il provvedimento che impone la fermata degli impianti. In gioco produzione, occupazione, ambiente e futuro industriale di Taranto.

Resta confermato lo stop dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto entro la fine di ottobre. La Corte d’Appello di Milano ha respinto la richiesta con cui Ilva e Acciaierie d’Italia, entrambe in amministrazione straordinaria, chiedevano di sospendere l’esecutività del provvedimento che impone la fermata degli impianti.

Il termine fissato dai giudici resta quindi quello del 28 ottobre. Al centro della decisione c’è il difficile equilibrio tra la continuità dell’attività industriale e la tutela della salute e dell’ambiente.

Il provvedimento era stato adottato nell’ambito del procedimento promosso da un gruppo di cittadini di Taranto e dall’associazione Genitori Tarantini, in relazione all’inquinamento prodotto dallo stabilimento e ai rischi per la salute.

Ilva e Acciaierie d’Italia hanno presentato anche ricorso in Cassazione contro il decreto, ma il ricorso non sospende automaticamente la sua efficacia. Da qui la richiesta di sospensiva alla Corte d’Appello, ora respinta.

Cosa significa fermare l’area a caldo

L’area a caldo è il cuore del ciclo produttivo tradizionale dello stabilimento siderurgico di Taranto. Comprende gli impianti attraverso i quali le materie prime vengono trasformate fino alla produzione dell’acciaio, tra cui cokerie, altiforni e acciaierie.

La sua fermata avrebbe quindi conseguenze molto più profonde rispetto alla chiusura di un singolo reparto. Senza l’area a caldo viene meno la parte del sito che produce acciaio a partire dalle materie prime, con ripercussioni sull’intera organizzazione industriale e sulle attività dell’indotto.

Il provvedimento della Corte d’Appello era arrivato dopo che, a febbraio, il Tribunale di Milano aveva imposto una ridefinizione dell’Autorizzazione integrata ambientale del 2025 entro il 24 agosto 2026, prevedendo in caso contrario l’interruzione della produzione.

I giudici di secondo grado hanno successivamente disposto la fermata dell’area a caldo, subordinando la ripresa della produzione a interventi considerati necessari per lo smaltimento dell’amianto e per la riduzione di polveri sottili ed emissioni entro livelli ritenuti sicuri.

Ex Ilva, cosa succede a produzione e occupazione

La decisione arriva in una fase cruciale per il futuro dell’ex Ilva. La prospettiva della fermata dell’area a caldo ha alimentato le preoccupazioni per le conseguenze sull’indotto e sull’occupazione.

Le associazioni che rappresentano le imprese dell’indotto, Aigi e Aepi, avevano accettato nei giorni scorsi la richiesta del governo di sospendere le procedure di licenziamento che avrebbero interessato circa 2.500 lavoratori, almeno fino alla decisione dei giudici.

Parallelamente, il governo ha aperto alla possibilità di una partecipazione pubblica nel futuro assetto dell’ex Ilva, a condizione che venga presentato un piano industriale considerato solido e credibile.

Resta inoltre aperta la procedura per individuare un nuovo investitore per Acciaierie d’Italia, in una partita che dovrà definire non soltanto la proprietà futura dello stabilimento, ma soprattutto la sua sostenibilità industriale.

La transizione verso i forni elettrici

Il futuro dell’ex Ilva è legato anche alla trasformazione tecnologica del sito. L’indirizzo indicato dal governo è quello di accompagnare lo stabilimento verso una produzione siderurgica progressivamente più decarbonizzata, attraverso il superamento dei vecchi altiforni e il passaggio ai forni elettrici.

Un ruolo centrale dovrebbe essere svolto dal Dri, il preridotto di ferro, utilizzabile nei processi di produzione dell’acciaio con un impatto emissivo inferiore rispetto al ciclo tradizionale basato sugli altiforni.

La transizione, tuttavia, richiede investimenti, tempi e soprattutto un piano industriale in grado di garantire contemporaneamente produzione, occupazione e riduzione dell’impatto ambientale.

La partita per il futuro dell’ex Ilva

Il rigetto della sospensiva rende ancora più urgente una decisione sul futuro industriale del sito di Taranto. Il governo ha annunciato un tavolo permanente dedicato all’area, con l’obiettivo di coordinare le questioni industriali, occupazionali e ambientali e i progetti di reindustrializzazione del territorio.

La partita si gioca dunque su più fronti: la tutela dei lavoratori, la continuità della produzione siderurgica italiana, la ricerca di un nuovo investitore e la trasformazione tecnologica necessaria a ridurre l’impatto ambientale dello stabilimento.

Ma la decisione della Corte d’Appello riporta soprattutto al centro il nodo che da anni accompagna la vicenda dell’ex Ilva: come tenere insieme la strategicità industriale dello stabilimento e la tutela della salute della popolazione di Taranto.

Con il rigetto della sospensiva, il 28 ottobre resta quindi la scadenza decisiva. Entro quella data dovranno essere definite le prossime mosse su uno degli stabilimenti più importanti e controversi dell’industria italiana.