Da Niccolò Perico, nuovo gioiello Mercedes, a Leonardo Fornaroli, passato dalla Ferrari senza un academy: il problema non è trovare talenti. È riuscire a costruire intorno a loro un sistema capace di farli crescere
Domenica Kimi Antonelli ha vinto il 97° Gran Premio d’Italia. Primo italiano dopo 60 anni, partendo dalla diciannovesima posizione. Ormai lo sanno tutti.
Quello che sanno in pochi è che, nello stesso paddock, c’era già il suo possibile erede.
Si chiama Niccolò Perico. È nato nel 2014 ad Alzano Lombardo, in provincia di Bergamo. Ha 11 anni e ne compirà 12 a dicembre.
Nel mondo dei kart è già un nome che pesa: è stato tra i protagonisti più vincenti della categoria Mini, conquistando il Trofeo delle Industrie a otto anni, il titolo italiano ACI Karting, la Rok Superfinal e la Champions of the Future.
A segnalarlo a Stoccarda è stato Marco Antonelli, il papà di Kimi.
A prenderlo, a 11 anni, è stato Toto Wolff, che lo ha inserito nel Mercedes Junior Programme.
Lo stesso vivaio che ha accompagnato la crescita di Kimi Antonelli.
E Mercedes non è arrivata ai vertici della Formula 1 per caso. Dal ritorno nel Circus nel 2010 ha costruito una delle epoche più vincenti della storia recente: otto titoli costruttori e sette titoli piloti.
Dietro le vittorie, prima ancora dei piloti, ci sono metodo, programmazione e capacità di riconoscere il talento quando è ancora soltanto una promessa.
Il talento che l’Italia rischia di perdere
Poco distante, nei box McLaren, c’era Leonardo Fornaroli.
Piacentino, 21 anni, ha vinto la Formula 3 nel 2024 e la Formula 2 nel 2025, centrando due titoli consecutivi senza il sostegno di una academy ufficiale di Formula 1.
Oggi è pilota di riserva della scuderia inglese. Ha già avuto l’opportunità di scendere in pista nelle prove libere di Barcellona e Budapest ed è tra i candidati a un sedile per il 2027.
È uno dei giovani italiani più titolati del motorsport contemporaneo.
E la Ferrari, semplicemente, lo ha lasciato passare.
È qui che la storia di Monza smette di essere soltanto una bella favola sportiva e diventa qualcosa di più grande.
Il giorno dopo il trionfo di Antonelli, Mercedes-Benz ha pubblicato una campagna pubblicitaria che fotografava perfettamente il paradosso:
«Primo italiano a vincere a Monza in 60 anni. Ci è voluto solo un pilota incredibile, e un’auto tedesca. Bentornato a casa».
Chapeau.
Fa sorridere. E un po’ brucia.
Anzi, più di un po’.
Perché quella frase racconta, con una sintesi quasi perfetta, un problema italiano: il talento è nostro, il metodo che lo trasforma in successo troppo spesso no.
Questi ragazzi crescono in Italia. Corrono sulle piste italiane. Vincono i campionati italiani. Li vediamo crescere prima degli altri.
Poi qualcuno arriva da fuori e li prende.
Oppure, ancora peggio, li lasciamo crescere senza costruire intorno a loro un percorso all’altezza delle loro capacità.
Dal motorsport al calcio: lo stesso problema
Non succede soltanto nel motorsport.
Nel calcio, la situazione è ancora più evidente.
Gli Under 21 italiani giocano una quota minima dei minuti in Serie A, mentre anche i giocatori formati nei settori giovanili dei club trovano molto meno spazio rispetto ai coetanei dei principali campionati europei.
In Spagna e Francia, invece, i giovani provenienti dai vivai hanno un peso molto maggiore.
Il risultato è un paradosso: l’Italia continua a produrre talenti, ma spesso non li mette nelle condizioni di diventare protagonisti.
E poi ci sorprendiamo quando la Nazionale fatica a ricostruire una generazione competitiva.
L’eccezione si chiama tennis
L’eccezione, ed è forse la parte più interessante della storia, è il tennis.
Sinner, Musetti, Cobolli, Paolini, Errani. Tre Coppe Davis e due Billie Jean King Cup consecutive.
Qui qualcosa ha funzionato.
Non per caso.
La Federazione italiana tennis ha investito per anni su tecnici, strutture, formazione e percorsi giovanili, costruendo una filiera che oggi produce risultati ai massimi livelli.
Non significa che il sistema sia perfetto. Significa che dimostra una cosa fondamentale:
quando il talento incontra un metodo, i risultati arrivano.
Domenica Jannik Sinner è stato tra i primi a congratularsi con Kimi Antonelli.
Due ragazzi diversi, due sport diversi, ma una lezione comune: il talento italiano non manca. È il sistema che deve essere capace di riconoscerlo, accompagnarlo e trattenerlo.
Il problema non è lo sport. È il Paese.
Ed è qui che la storia di Monza diventa una metafora.
Nel 2024 hanno lasciato l’Italia 25.552 giovani laureati tra i 25 e i 34 anni, secondo i dati citati nel testo. I rientri sono stati circa 4.000.
Il saldo è quindi fortemente negativo.
Rispetto al 2019, le partenze sono aumentate del 53,8%. E in cinque anni, considerando il saldo tra partenze e rientri, l’Italia ha perso decine di migliaia di giovani altamente qualificati.
Qualcuno obietterà, giustamente, che nel frattempo sono arrivati anche laureati dall’estero e che nel 2025 il numero delle partenze è diminuito.
È vero.
Ma il punto non è il bilancio contabile.
Il punto è il meccanismo.
Li formiamo noi: con le scuole, le università, le famiglie che investono tempo e denaro, con anni di formazione pubblica e privata.
Poi, troppo spesso, il futuro glielo offre qualcun altro.
Il metodo Toto Wolff
Toto Wolff ha fatto una cosa apparentemente semplice: ha investito sul talento prima che diventasse una certezza.
Ha scelto presto.
Ha costruito un percorso.
Ha dato responsabilità quando il pilota era ancora un bambino.
Non ha comprato una vittoria. Ha costruito le condizioni perché quella vittoria diventasse possibile.
È questa la differenza tra individuare un talento e costruire un campione.
E forse è anche la differenza tra un Paese che produce eccellenze e un Paese che riesce a trattenerle.
Perché in Italia esiste ancora una forma di esterofilia difficile da ammettere: spesso un giovane deve andare all’estero per ottenere quella stessa certificazione che in patria non gli viene riconosciuta.
Succede nello sport.
Succede nella ricerca.
Succede nell’università.
Succede nell’industria.
Prima che lo faccia qualcun altro
La lezione di Monza, allora, non riguarda soltanto Kimi Antonelli.
Riguarda Niccolò Perico, che oggi ha 11 anni e davanti a sé una strada lunghissima.
Riguarda Leonardo Fornaroli, che quella strada l’ha già percorsa fino alla Formula 2 e ora aspetta la sua occasione.
E riguarda migliaia di ragazzi che hanno talento ma non trovano un sistema disposto a scommettere su di loro.
La politica, le imprese, le università e le federazioni sportive dovrebbero avere il coraggio di fare una cosa molto semplice: investire sui giovani migliori prima che diventino abbastanza bravi da essere scoperti da qualcun altro.
Perché il talento italiano non ha bisogno di essere inventato.
Ha bisogno di essere riconosciuto.
E, soprattutto, ha bisogno di non dover partire per dimostrare quanto vale.
