Il ceo di Meta, Mark Zuckerberg, è salito sul banco dei testimoni davanti alla Corte Superiore della Contea di Los Angeles in un processo destinato a segnare un precedente nella giurisprudenza americana.
Al centro del procedimento ci sono le accuse rivolte a Meta – proprietaria di Facebook e Instagram – e a Google, per la piattaforma YouTube, di aver progettato prodotti e algoritmi in grado di alterare e danneggiare la salute mentale di bambini e adolescenti.
Il caso è uno dei primi del suo genere a mettere formalmente alla prova la responsabilità delle grandi piattaforme tecnologiche nei contenziosi legati ai rischi per i minori. TikTok e Snapchat, inizialmente coinvolte nello stesso procedimento, hanno scelto di patteggiare. Il processo è destinato a durare diverse settimane e il verdetto è atteso per marzo.
La deposizione del ceo
Nel corso della sua testimonianza, Zuckerberg ha respinto con decisione le accuse secondo cui Meta avrebbe intenzionalmente cercato di attrarre utenti minorenni o sviluppato funzionalità studiate per generare dipendenza.
Il numero uno del gruppo ha inoltre ammesso le difficoltà tecniche legate alla verifica dell’età reale degli utenti, sottolineando come bambini e adolescenti spesso mentano sull’età per poter accedere alle applicazioni.
La denuncia e le accuse
La causa è stata promossa da una ventenne californiana identificata come K.G.M., che sostiene che l’uso continuativo dei social media fin dall’infanzia – a partire dagli 8 anni su YouTube e dagli 11 su Instagram – abbia contribuito allo sviluppo di ansia, depressione e pensieri suicidi.
Secondo quanto riportato da Reuters, gli avvocati della parte civile hanno presentato in aula documenti e testimonianze che, a loro dire, dimostrerebbero come Meta e Google fossero consapevoli dell’impatto dei propri algoritmi sugli utenti più giovani. L’accusa sostiene che, nonostante ciò, le aziende abbiano continuato a privilegiare meccanismi volti ad aumentare l’engagement, elemento centrale del modello di business basato sul tempo di permanenza sulle piattaforme.
Meta ha replicato affermando che eventuali problemi di salute mentale non possono essere attribuiti esclusivamente alla tecnologia, ma dipendono da molteplici fattori esterni, inclusi contesti familiari, personali e sociali.
Un caso apripista
Il procedimento di Los Angeles è considerato un possibile spartiacque per migliaia di cause simili già avviate negli Stati Uniti. Le implicazioni potrebbero essere rilevanti non solo sul piano giudiziario, ma anche su quello normativo e sociale, con potenziali effetti globali sulla regolamentazione delle piattaforme digitali e sulla responsabilità delle Big Tech nella tutela dei minori.
L’esito del processo potrebbe contribuire a ridefinire i confini tra libertà d’impresa, innovazione tecnologica e protezione delle nuove generazioni in un ecosistema digitale sempre più pervasivo.
