Glovo sotto inchiesta a Milano: paghe sotto la soglia di povertà, indagato l’ad di Foodinho

La Procura di Milano ha avviato un’indagine su Glovo per presunto sfruttamento dei rider, aprendo uno dei procedimenti più rilevanti degli ultimi anni nel settore del food delivery. Al centro dell’inchiesta ci sono i compensi riconosciuti ai ciclofattorini, giudicati dagli inquirenti largamente insufficienti e inferiori ai minimi previsti dalla contrattazione collettiva.

Il pm Paolo Storari ha disposto in via d’urgenza il controllo giudiziario per caporalato nei confronti di Foodinho, la società italiana del gruppo spagnolo Glovo. Il provvedimento prevede la nomina di un amministratore giudiziario e dovrà ora essere valutato da un giudice per le indagini preliminari. Contestualmente, l’amministratore delegato di Foodinho, Pierre Miquel Oscar, risulta indagato per caporalato.

Secondo l’accusa, la società avrebbe riconosciuto a migliaia di rider compensi tra i 2,50 e i 3,70 euro a consegna, con retribuzioni fino all’80% inferiori rispetto ai livelli previsti dai contratti collettivi. Gli inquirenti parlano di paghe “sotto la soglia di povertà” e di condizioni di sfruttamento del lavoro.

L’inchiesta, condotta dal Nucleo ispettorato del lavoro dei Carabinieri, riguarda circa 2.000 rider operanti nell’area milanese e fino a 40.000 lavoratori su scala nazionale. Nel decreto della Procura si legge che ai rider sarebbe stata corrisposta, in alcuni casi, una retribuzione inferiore fino al 76,95% rispetto alla soglia di povertà e fino all’81,62% rispetto alla contrattazione collettiva, impedendo di fatto una “esistenza libera e dignitosa”, come previsto dall’articolo 36 della Costituzione.

Numerose le testimonianze raccolte dagli investigatori: i rider hanno raccontato di turni fino a 12 ore al giorno, di un controllo costante tramite gps, di penalizzazioni per ogni ritardo e di un sistema di monitoraggio algoritmico delle prestazioni. Un’organizzazione del lavoro che, secondo la Procura, configurerebbe una subordinazione di fatto, nonostante l’inquadramento formale come lavoratori autonomi.

I sindacati parlano di una svolta attesa da tempo. «L’inchiesta mette nero su bianco ciò che denunciamo da anni: i rider non sono autonomi, ma lavoratori dipendenti mascherati», afferma l’Unione sindacale di base, denunciando «turni decisi unilateralmente, algoritmi che controllano tempi e percorsi e sistemi di penalizzazione che equivalgono a provvedimenti disciplinari».

Sul fronte politico, il caso riaccende il dibattito sul salario minimo e sulla regolazione del lavoro nelle piattaforme digitali. «Questa inchiesta conferma l’esistenza di un vero e proprio caporalato digitale», ha dichiarato il deputato del Partito democratico Emiliano Fossi, segretario dem della Toscana. «Serve una risposta legislativa immediata: salari dignitosi, tutele e regole chiare. Il lavoro non può essere sacrificato ai profitti delle piattaforme».

Sulla stessa linea Arturo Scotto, capogruppo Pd in commissione Lavoro alla Camera: «Ancora una volta dobbiamo affidarci alla magistratura. È urgente riaprire una discussione sul salario minimo e sulle condizioni di lavoro dei rider. La politica non può arrivare sempre dopo i giudici».

L’indagine milanese, se dovesse confermare le accuse, potrebbe costituire un precedente rilevante per l’intero settore del delivery, imponendo un cambio di rotta alle principali piattaforme operanti in Italia.